K metro 0 – Bruxelles – La corruzione è la peggiore piaga sociale, un fenomeno pervasivo che distorce i mercati, soffoca l’innovazione, alimenta la povertà e mina lo Stato di diritto, costituendo una grave minaccia allo sviluppo sostenibile e alla giustizia. Lo scandalo sulla corruzione che da metà novembre investe i vertici del potere ucraino allunga
K metro 0 – Bruxelles – La corruzione è la peggiore piaga sociale, un fenomeno pervasivo che distorce i mercati, soffoca l’innovazione, alimenta la povertà e mina lo Stato di diritto, costituendo una grave minaccia allo sviluppo sostenibile e alla giustizia.
Lo scandalo sulla corruzione che da metà novembre investe i vertici del potere ucraino allunga la sua ombra fino alla Svizzera. Secondo un’inchiesta della Radiotelevisione svizzera romanda (RTS), una quota dei fondi pubblici sottratti – stimati in oltre 100 milioni di dollari – sarebbe stata riciclata a Ginevra.
Al centro delle indagini figura l’uomo d’affari ucraino Timur Mindich, noto anche con l’alias “Carlson”, considerato vicino al presidente Volodymyr Zelensky. Mindich è sospettato di aver guidato una rete capace di drenare ingenti risorse pubbliche. Un video diffuso da un noto giornalista investigativo ucraino mostra gli agenti dell’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) entrare nell’edificio in cui risiede Zelensky. L’obiettivo dell’operazione era proprio Mindich. Come spiegato dallo stesso NABU in un filmato pubblicato su YouTube, gli investigatori sarebbero riusciti a intercettare conversazioni all’interno del suo appartamento. In quell’attico, secondo gli inquirenti, l’imprenditore avrebbe ricevuto ufficiali e alti funzionari per tutelare interessi privati nei settori dell’energia e della difesa.
Il direttore del NABU, Semen Kryvonos, non ha risposto alle domande della RTS ma, intervenendo davanti ai media ucraini durante un evento pubblico, ha affermato di ritenere che parte del denaro sottratto sia già stata trasferita all’estero, in particolare in Svizzera. L’obiettivo dell’indagine, ha spiegato, è ricostruire l’entità delle somme rubate, verificarne l’utilizzo – tra immobili e conti bancari svizzeri – e riportarle nelle casse dello Stato.
Il caso è esploso mentre Transparency International pubblica l’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) 2025, ricordando che il contrasto alla corruzione rappresenta uno dei pilastri del processo di allargamento europeo. Il dato che fa discutere riguarda proprio l’Ucraina, Paese candidato all’adesione. Kiev guadagna una posizione rispetto all’anno precedente ma resta intorno al 104° posto, nella stessa fascia di Stati come Belize, Sri Lanka, Bosnia-Erzegovina, Laos, Malawi, Nepal e Sierra Leone. Un progresso di forma che non modifica però la sostanza: la percezione della corruzione rimane molto alta e distante dagli standard richiesti per entrare nell’Unione, come evidenziato anche da Sardegnagol.eu.
Il tema assume un peso ancora maggiore alla luce dei numeri. L’Unione europea ha già destinato a Kiev oltre 193 miliardi di euro tra sostegno militare, finanziario e umanitario. Il 12 febbraio il Parlamento europeo sarà chiamato a votare un ulteriore pacchetto da 90 miliardi, in larga parte per forniture belliche e solo in misura minore per il bilancio statale. Si tratta di un flusso di risorse senza precedenti verso un Paese che, oltre a registrare indici critici di corruzione, vive una fase di sospensione elettorale dovuta allo stato di guerra.
Mentre Bruxelles si appresta a rafforzare l’impegno economico, diversi centri studi europei analizzano con crescente attenzione l’evoluzione interna dell’Ucraina. Come riportato da Startmag.it, la questione è stata oggetto di un’approfondita analisi nelle “Länder-Analysen” dedicate a Kiev, un dossier curato da un consorzio di istituti tedeschi – dall’Università di Brema al Leibniz Institut fino alla Società tedesca per gli studi sull’Europa orientale.
Secondo l’analista Mattia Nelles del think tank Deutsch-Ukrainisches Büro, “l’estate del 2025 ha rappresentato un passaggio critico per l’architettura anticorruzione ucraina”. In quei mesi il governo avrebbe tentato di sostituire i vertici del NABU e della SAPO, la Procura speciale anticorruzione. La reazione è stata immediata: proteste nel Paese e pressioni dei partner occidentali hanno spinto il presidente a fare marcia indietro.
Il ritiro dell’iniziativa, tuttavia, non avrebbe risolto le tensioni. “Entrambe le istituzioni restano esposte a pressioni dirette e indirette”, osserva Nelles, segnalando il ruolo pervasivo dei servizi di sicurezza (SBU) e della Procura generale, oltre a nuovi tentativi legislativi volti a ridurne l’autonomia operativa. In parallelo, campagne di delegittimazione avrebbero cercato di minarne la credibilità pubblica.
Nel dossier si analizza anche il caso Energoatom, la società nazionale dell’energia nucleare. Ruslan Rjaboschapka, ex procuratore generale sotto Zelensky, parla di presunte tangenti pari al 10-15% su contratti miliardari, con un riciclaggio stimato oltre i 100 milioni di dollari. Il coinvolgimento di Mindich avrebbe ulteriormente accresciuto le preoccupazioni dei partner occidentali.
Le istituzioni che continuano a godere di una certa credibilità sarebbero NABU, SAPO e l’Alta Corte anticorruzione (HACC). Le soluzioni proposte – governo tecnocratico, piena indipendenza della magistratura e riforma della giustizia penale – sollevano però interrogativi sulla compatibilità con un sistema democratico impegnato in un conflitto ancora aperto.
Per Nicole Sherstyuk della Freie Universität di Berlino, l’Ucraina vive un evidente paradosso: sotto la centralizzazione imposta dalla legge marziale deve contemporaneamente accelerare le riforme richieste per l’integrazione europea. Una tensione che rende l’equilibrio istituzionale particolarmente delicato.
Resta infine il ruolo della società civile. Come sottolinea Emma Mateo dell’Harvard Ukrainian Research Institute, le proteste dell’estate 2025 dimostrano che, nonostante la guerra, la capacità di mobilitazione non è venuta meno. Studenti universitari e delle scuole superiori hanno coordinato le iniziative attraverso reti informali e piattaforme digitali, segnando l’emergere di una nuova generazione di attivisti. Una risorsa che potrebbe rivelarsi decisiva per preservare il percorso democratico del Paese anche nella fase più complessa della sua storia recente.
di Sandro Dorio













