Artico, la rotta del Mare del Nord e la sfida tra Russia, Cina e Stati Uniti

Artico, la rotta del Mare del Nord e la sfida tra Russia, Cina e Stati Uniti

K metro  0 – Mare del Nord – Il dibattito sull’Artico si sta surriscaldando più che mai e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a insistere affinché la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti. Le sue dichiarazioni, che puntano sull’esigenza di garantire la sicurezza nazionale americana di fronte alle ambizioni russe e cinesi

K metro  0 – Mare del Nord – Il dibattito sull’Artico si sta surriscaldando più che mai e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a insistere affinché la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti. Le sue dichiarazioni, che puntano sull’esigenza di garantire la sicurezza nazionale americana di fronte alle ambizioni russe e cinesi nella regione, hanno lasciato perplessa la comunità internazionale, soprattutto perché l’isola appartiene a uno degli alleati storici di Washington, la Danimarca. Ma al di là delle uscite di Trump, la corsa all’Artico è in atto da decenni e, finora, è stata la Russia a giocare d’anticipo.

Pur non essendo un Paese artico, la Cina non ha mai nascosto il proprio interesse per la regione. Nel 2018 si è definita uno “Stato quasi artico” e ha lanciato l’iniziativa della cosiddetta “Via della Seta Polare”, puntando sulle nuove rotte di navigazione rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci. Una svolta simbolica è arrivata tre mesi fa, quando la nave portacontainer Istanbul Bridge ha collegato il porto cinese di Ningbo-Zhoushan al Regno Unito in appena 20 giorni, dimezzando i tempi tradizionali grazie alla Rotta Marittima del Nord (NSR).

Questa via sta diventando praticabile a causa dei cambiamenti climatici: l’Artico si riscalda a una velocità tripla rispetto al resto del pianeta. Oltre ad aprire nuove rotte commerciali, il disgelo sta portando alla luce risorse naturali strategiche, tra cui idrocarburi, minerali e terre rare. La traversata artica si propone così come un’alternativa al Canale di Suez, con una riduzione dei tempi di circa il 40% e dei costi del 20%.

La svolta operativa risale al 2017, quando la metaniera rompighiaccio russa Christophe de Margerie ha attraversato la rotta senza scorta, trasportando gas dalla Norvegia alla Corea del Sud in 19 giorni. Da allora, la NSR è diventata il pilastro della strategia russa nell’Artico. Per Mosca rappresenta uno sbocco diretto e controllato per le esportazioni energetiche, fondamentale per un’economia che dipende in larga misura da gas e petrolio, responsabili di almeno metà delle entrate statali.

Con l’esaurimento progressivo dei giacimenti tradizionali della Siberia occidentale, la Russia ha spostato sempre più la produzione verso le regioni costiere artiche. Secondo l’US Geological Survey, sotto i ghiacci si nasconde fino al 13% del petrolio “non scoperto” del pianeta, oltre a enormi riserve di gas naturale. Un tesoro che rende la governance della Rotta del Mare del Nord una questione di potere globale.

Per la Cina, l’Artico rappresenta anche un modo per ridurre la dipendenza da colli di bottiglia strategici come lo stretto di Malacca e il Canale di Suez. Oggi circa il 60% delle esportazioni cinesi e l’80% del petrolio importato transitano da Malacca, una vulnerabilità nota a Pechino come “il dilemma di Malacca”.

L’avvicinamento tra Russia e Cina nell’Artico non è passato appunto inosservato a Washington e ha riacceso l’interesse statunitense per la Groenlandia. Trump ha ribadito anche di recente che il controllo dell’isola è essenziale per la sicurezza nazionale e internazionale, in un’area sempre più militarizzata. Sulle coste dello stretto di Bering, Stati Uniti e Russia mantengono un fitto dispiegamento di basi militari, mentre Mosca ha rafforzato la propria presenza riaprendo installazioni sovietiche, schierando sistemi missilistici e ampliando la flotta di rompighiaccio.

Secondo dati pubblici e ricerche della Simons Foundation, nell’Artico si contano oggi 30 basi russe e 36 appartenenti ai Paesi Nato. Sebbene la Russia non possa eguagliare le capacità complessive dell’Alleanza, la rapidità con cui ha ampliato la sua presenza nella regione è motivo di crescente preoccupazione.

Rotte un tempo quasi impraticabili stanno diventando accessibili, ma il prezzo potrebbe essere altissimo. Ricercatori e osservatori ambientali avvertono che l’intensificazione del traffico navale in un ecosistema fragile e remoto rischia di trasformarsi in un disastro ecologico e umano. In prospettiva, potrebbe aprirsi persino una rotta centrale attraverso il Polo Nord, ma il livello di scioglimento dei ghiacci necessario avrebbe conseguenze climatiche devastanti. Non a caso, l’idea che queste risorse possano essere sfruttate facilmente è stata definita “completamente folle” da Malte Humpert, fondatore dell’Arctic Institute.

di Sandro Doria

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