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Barcellona, bande in pace dopo la “mediazione”. Un caso esemplare

Barcellona, bande in pace dopo la “mediazione”. Un caso esemplare

K metro 0 – Barcellona – “Il modello di Barcellona” è diventato la base di un progetto di ricerca finanziato dall’Ue per analizzare la dimensione internazionale delle bande nel XXI secolo e il ruolo della mediazione nella lotta alla violenza. Il 28 ottobre 2003, nella capitale catalana, il quindicenne Ronny Tapias, originario della Colombia, fu

K metro 0 – Barcellona – “Il modello di Barcellona” è diventato la base di un progetto di ricerca finanziato dall’Ue per analizzare la dimensione internazionale delle bande nel XXI secolo e il ruolo della mediazione nella lotta alla violenza.

Il 28 ottobre 2003, nella capitale catalana, il quindicenne Ronny Tapias, originario della Colombia, fu ucciso da una cricca locale che lo aveva identificato per errore come un membro rivale. L’omicidio aveva suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica e fatto salire la preoccupazione per le minacce delle gang cittadine e per l’impatto dell’immigrazione dall’America Latina, da cui provengono i due clan coinvolti nella rissa di Barcellona.

“Si è creato un vero e proprio panico, alimentato da un’ampia copertura mediatica”, ha riferito a JN Carles Feixa, professore di antropologia sociale all’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Il quale ha poi contribuito in maniera decisiva a plasmare la risposta della città al tragico errore del 2003. Come? Con un programma pionieristico chiamato “Transgang”, cercando la mediazione piuttosto che la repressione. Un programma durato cinque anni e mezzo fino alla metà del 2023.

La risposta catalana all’omicidio si è così tradotta nella riunione dei rappresentanti del governo cittadino, della polizia e delle fazioni delle due bande (l’altra è King Manaba). La musica ha poi fatto da tramite per il primo dialogo tra i due clan: un festival rap congiunto. Sono state poi lanciate delle associazioni giovanili con spazi per i giovani che hanno dato loro una preziosa opportunità di formazione generale in materie come le abilità di vita e la risoluzione dei conflitti.

In breve tempo, la violenza tra le due bande in lotta s’è affievolita, annullandosi. Manaba ha poi continuato a lavorare con Feixa nell’ambito di Transgang, cercando di trarre insegnamenti da quanto accaduto a Barcellona, ma anche dalla città marocchina di Rabat e da Medellín, in Colombia, dove le mediazioni tra bande hanno avuto successo.

Il Modello Barcellona, secondo Feixa, insegna pertanto che i giovani che si uniscono alle masnade lo fanno in genere per sfuggire ai problemi socio-economici e per ottenere il riconoscimento dei loro coetanei, il che rende la mediazione un approccio più efficace della repressione.

“Attraverso essa si vedono come persone che hanno qualcosa da contribuire. La mediazione è fondamentale per promuovere un futuro più positivo e inclusivo per i giovani di tutto il mondo” ha detto il docente.

Le bande sono in effetti un fenomeno in crescita da oltre un secolo, presenti nella maggior parte delle società del mondo, e spesso operano oltre i confini nazionali. Con l’aumento della consapevolezza pubblica della diffusione delle gang, è aumentata anche la necessità di affinare gli approcci politici.

Transgang ha così analizzato l’evoluzione delle bande transnazionali e ha confrontato gli approcci di Barcellona, Rabat e Medellín con risposte più punitive alle bande in altre parti d’Europa, Africa e Americhe. “Quando l’unico modo di affrontarle è attraverso la polizia o il carcere, non solo non le si reprime, ma le si trasforma in organizzazioni criminali”, ha puntualizzato il docente.

I risultati del progetto sono ora oggetto di studio per approcci analoghe in altre città spagnole, nei centri urbani italiani e svedesi e a livello internazionale attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef).

Anche Dennis Rodgers, professore di antropologia presso il Centro per i conflitti, lo sviluppo e la costruzione della pace dell’Istituto di istruzione superiore di Ginevra, in Svizzera, ritiene che sia necessario un nuovo atteggiamento per affrontare le bande; e anche lui ha adottato un approccio pratico alla sfida. Studia il fenomeno da quando, negli anni ’90 fu aggredito da una banda in Nicaragua.

Seguendo il principio che “se non puoi batterli, unisciti a loro”, oltre alla possibilità di avere un accesso unico alla ricerca, si è così unito a una gang nicaraguense. All’inizio ha fatto parte del progetto per un anno intero, negli anni seguenti, e fino al 2020, è tornato più volte in America centrale per trascorrere anche tre mesi di seguito con la banda.

Secondo il suo studio, le associazioni del genere possono scomparire dopo mesi o anni, evolversi in entità criminali o addirittura trasformarsi in organizzazioni più culturali o economiche. Tuttavia, afferma che si sa poco sulle ragioni per cui si sceglie una strada piuttosto che un’altra. Egli dirige un altro progetto del genere finanziato dall’Ue, chiamato Gangs, che dura cinque anni e mezzo, fino alla metà del 2024, e analizza i modi in cui le bande emergono, funzionano e si sviluppano.

I ricercatori hanno studiato i clan in città come Marsiglia in Francia, Napoli in Italia e Algeciras in Spagna, oltre che nei centri urbani del Nicaragua e del Sudafrica, dove la violenza delle bande è aumentata a partire dagli anni Novanta.

Per esempio, a Marsiglia, che è ampiamente considerata l’epicentro della violenza delle bande in Francia, i ricercatori hanno scoperto da un’indagine condotta che la maggior parte delle famiglie locali aveva preoccupazioni più immediate, ovvero l’alloggio, la salute, l’istruzione e l’occupazione.

Il docente ha infine messo in guardia da “rappresentazioni stereotipate” delle bande e delle loro presunte forme di violenza, affermando che una visione eccessivamente semplificata aumenta il rischio di una risposta politica controproducente.

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