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Spagna, manca ancora un premier eletto. Verso nuove elezioni?

Spagna, manca ancora un premier eletto. Verso nuove elezioni?

K metro 0 – Madrid – Come nota Franceinfo, in Spagna c’è una notizia passata del tutto inosservata quest’estate sulle testate spagnole: le ultime elezioni legislative anticipate del 23 luglio. Ad oggi, infatti, non c’è ancora un presidente eletto, un premier, perché il capo di Stato in Spagna è il re. Quindi, chi ha vinto

K metro 0 – Madrid – Come nota Franceinfo, in Spagna c’è una notizia passata del tutto inosservata quest’estate sulle testate spagnole: le ultime elezioni legislative anticipate del 23 luglio. Ad oggi, infatti, non c’è ancora un presidente eletto, un premier, perché il capo di Stato in Spagna è il re.

Quindi, chi ha vinto le elezioni è stato il partito con il maggior numero di deputati, il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo; il Partito Conservatore, che aveva 137 deputati nell’Assemblea spagnola; e dietro di lui il Partito Socialista del Presidente Pedro Sanchez, che aveva solo 121 deputati.

Di fatto, il vincitore è stato dunque Feijóo. Il Re ha però chiesto oggi a Feijóo – che vanta il maggior numero di deputati – di provare a formare un governo, perché deve presentarsi davanti ai deputati spagnoli il 26 e 27 settembre, quando chiederà ai deputati la loro investitura.

Ma il sistema spagnolo prevede che per diventare Presidente si debba avere la maggioranza assoluta al primo turno, e lui non ce l’avrà. Quindi 48 ore dopo, il 29 settembre, ci sarà una seconda votazione in Spagna. Con la maggioranza relativa dovrebbe andare tutto bene, se non fosse che il blocco di sinistra ha ora 171 deputati, quello di destra 172 deputati.

Sommando le due cose, si vede che mancano sette deputati ai 350, e questi sette deputati sono quelli di “Junts per Catalunya” (Insieme per la Catalogna, il partito politico catalano pro-indipendenza formatosi il 25 luglio 2020) che decideranno chi governerà in Spagna, i sette deputati catalani, i deputati pro-indipendenza, quelli di Carles Puigdemont, che ha lasciato la Spagna ed è perseguito dalla giustizia spagnola.

È lui che, se voterà contro Feijóo, cosa certa il 26, il 27 e anche il 29, Feijóo non potrà essere investito e il Re proporrà a Sanchez di provare a formare un governo. E qui nasce il problema.  In una conferenza stampa a Bruxelles, non potendo tornare in Spagna pena l’arresto, Puigdemont ha chiesto un’amnistia generale – dopo l’indulto per i condannati, concesso qualche tempo fa da Sanchez – per tutti coloro che sono perseguiti per aver partecipato all’indizione del referendum illegale in Spagna nel 2017, impossibile a priori secondo la Costituzione spagnola.

Il che significa che i sette deputati catalani non fanno parte del blocco di sinistra. Per il momento, sono solo satelliti. Ce ne sono dunque171 per la sinistra, 172 per la destra, ma sono appunto questi sette quelli che decideranno il futuro della Spagna? Questi i giochi, secondo Franceinfo.

Al 27 settembre mancano difatti pochi giorni, e un governo sarà necessario entro due mesi. Se entro il 27 novembre, non ci sarà il giuramento del Presidente, le Camere saranno sciolte e le elezioni verranno convocate per il 14 gennaio. E al momento, fra l’altro, la Spagna detiene attualmente la Presidenza europea. Il governo spagnolo dipende quindi da Puigdemont.

Intanto, la ministra della Presidenza della Generalitat di Catalogna, Laura Vilagrà, ha assicurato che al momento le trattative tra il suo partito, ERC, e il PSOE “avanzano con difficoltà e devono migliorare” in vista di un’ipotetica investitura di Pedro Sánchez, se quella del leader del PP, Alberto Núñez Feijóo, dovesse infine fallire, e ha avvertito che il suo appoggio non è garantito.

“Molti aspetti devono ancora essere lavorati, la palla è dalla parte del PSOE, non vogliamo dare un’altra opportunità alla destra e all’estrema destra di raggiungere la Moncloa”, ha detto.

Sulle trattative con il PSOE in vista dell’ipotetica investitura di Pedro Sánchez, secondo Vilagrà, ERC vuole “aprire tre cartelle”: Quello della legge di amnistia, “come punto di partenza per porre fine alla repressione di molti anni fa”, quello dell’autodeterminazione, e anche quello del “benessere dei cittadini” con risorse economiche, attraverso i finanziamenti, che devono essere rivisti in Catalogna, visto che gestiscono la sanità e l’istruzione, e altre questioni legate alle infrastrutture che sono “essenziali” come “il trasferimento delle Cercanías”. Ne ha riferito rtve.es.

In ogni caso, Vilagrà ha sottolineato che che si sta negoziando “in primo luogo con il PSOE perché qui ha la maggioranza dei seggi e, dall’altro lato, con chi vuole fare il presidente del governo”.

La vice-portavoce dell’ERC Marta Vilalta, anch’essa intervistata lunedì su La Hora de La 1, ha dichiarato di vedere l’amnistia come “possibile” perché “il percorso verso la de-giudizializzazione è già iniziato” e di essere contenta che Junts sia aperto a negoziare perché “è una grande opportunità per la Catalogna”. Vilalta ha insistito sulla necessità di “risolvere il conflitto politico in Catalogna” e ha detto che vede Pedro Sánchez “troppo ottimista” riguardo alla sua possibile investitura.

Da parte sua, il ministro della Presidenza ad interim, Félix Bolaños, ha dichiarato che “qualsiasi accordo” con i partiti catalani, Junts e ERC, percorrerà “la strada della convivenza, del guardare al futuro”, del “cercare di superare la tensione del 2017”, in riferimento alla consultazione illegale dell’1-O e al successivo processo giudiziario in cui sono stati condannati e poi graziati i nove leader pro-indipendenza del “procés”, e ha auspicato “conversazioni e accordi sempre discreti quando ci sono quelli pubblici”.

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