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Sospeso fino al 2025 lo sfruttamento minerario dei fondali oceanici

Sospeso fino al 2025 lo sfruttamento minerario dei fondali oceanici

K metro 0 – Parigi – Francia contro Cina. Il match si è risolto con un pareggio. Macron contro Xi Jinping: 1 a 1. Questa la conclusione  della 28esima Sessione (biennale) dell’International Seabed Authority  (ISA), riunitasi a Kingston, in Giamaica,  per affrontare il tema dell’estrazione mineraria dai fondali oceanici. L’incontro di quest’anno, iniziato il 10 luglio scorso e

K metro 0 – Parigi – Francia contro Cina. Il match si è risolto con un pareggio. Macron contro Xi Jinping: 1 a 1. Questa la conclusione  della 28esima Sessione (biennale) dell’International Seabed Authority  (ISA), riunitasi a Kingston, in Giamaica,  per affrontare il tema dell’estrazione mineraria dai fondali oceanici. L’incontro di quest’anno, iniziato il 10 luglio scorso e terminato venerdì 28 luglio,  era finalizzato alla  stesura di un regolamento per le attività minerarie commerciali in mare, cui l’ISA, organismo internazionale istituito dalla Convenzione Onu sul diritto del mare, vorrebbe dar vita. Con l’obiettivo di colmare il vuoto giuridico sull’estrazione dei minerali presenti nei fondali oceanici e consentire così ai vari Stati membri di recuperare nichel, cobalto e rame, utili per la realizzazione delle batterie. E più in generale per la generazione di energia da fonti rinnovabili.

La Francia, per bocca del Segretario di Stato per il mare, Hervé Berville, ad esempio, durante il dibattito si è espressa contro qualsiasi tipo di attività industriale di cui non si sappiano ancora misurare le conseguenze, rischiando di arrecare danni irreversibili agli ecosistemi marini. E insieme a una ventina di altri paesi (tra cui la Germania, il Cile e diversi stati insulari del Pacifico) è diventata capofila di una coalizione favorevole a una  moratoria prolungata rispetto a “nuove attività che metterebbero in pericolo l’ecosistema”.

Sul fronte opposto, una coalizione eterogenea, che comprende la Cina ma anche la Corea del Sud, la “virtuosa” Norvegia e  il microstato di Nauru, un’isoletta dell’Oceania della Micronesia (20kmq, 12.000 abitanti, a 5000 km al largo della costa australiana)  che minacciava di forzare l’approvazione di una richiesta di sfruttamento dei fondali (per conto di una società canadese, The Metals Co, ex DeepGreen). Un coriandolo nel Pacifico, che stava per diventare il cavallo di Troia dell’industria mineraria pronta ad allungare i suoi artigli per sfruttare l’ecosistema più grande e ancora incontaminato del modo: i fondali marini. Con conseguenti, possibili danni  irreversibili.

L’ISA ha rimandato al 2025 la decisione sulle concessioni di sfruttamento minerario dei  fondi abissali. Ma la partita non è chiusa. Per il movimento di scienziati e attivisti che si batte contro questa nuova forma attività estrattiva potenzialmente devastante,  è una buona notizia. Non ancora, però, una vittoria dal momento che la richiesta di una moratoria totale per il deep sea mining non è stata presa in considerazione.

Il rischio di vedere cominciare la corsa allo sfruttamento dei fondali abissali senza avere la minima idea degli impatti, potenzialmente catastrofici, su ecosistemi incontaminati e fragilissimi, aveva messo in allarme la comunità scientifica internazionale.  E con gli occhi del mondo puntati sul meeting di Kingston, l’ISA ha pensato  che fosse meglio prendere tempo.  Il Consiglio dell’Authority proseguirà i suoi lavori fino alla seconda parte della sua 29esima sessione, nel luglio 2024. Secondo gli osservatori, questa decisione non impedirà comunque a Nauru e  a The Metals Company di presentare una richiesta per lo sfruttamento delle proprie concessioni, ma dovrebbe rendere la cosa molto più difficile, visto che ora c’è un processo decisionale dell’ISA in atto, scrive Giorgia Marino caporedattrice del magazine specialistico “Renewable Matter”.

Ma cosa accadrà fra due anni? Il Consiglio dell’ISA – si legge nella dichiarazione ufficiale – ha espresso l’intenzione di proseguire i lavori sui regolamenti di sfruttamento in vista della loro adozione durante la 30esimasessione nel 2025. E’ tuttavia improbabile, conclude Giorgia Marino, che “le attuali conoscenze sull’oceano profondo    progrediscano a tal punto da renderci sicuri circa gli impatti di qualsiasi attività umana sugli ecosistemi abissali, e soprattutto su come evitarli”.  Un nuovo studio, aggiunge, non fa che confermare gli altissimi rischi che si corrono. Solo pochi giorni fa ad esempio, un report uscito su “Current Biology” denunciava un calo netto della fauna marina in un’area a largo del Giappone, dove nel 2020 si sono condotti i primi test di deep sea mining per l’estrazione di cobalto: in alcune zone la presenza di fauna si è addirittura dimezzata.

L’oceano, insomma, è tuttora un mondo sconosciuto, nonostante rappresenti il 90% della biosfera, copra il 71% della superficie terrestre, assorba il 50% delle emissioni di gas serra, fornisca oltre il 50% dell’ossigeno che respiriamo. Ed è una fonte di sostentamento e sviluppo per la civiltà umana, a patto di non comprometterne l’equilibrio.

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