Francia, la “tassa Zucman” si applicherà a tutta l’Europa?

Francia, la “tassa Zucman” si applicherà a tutta l’Europa?

K metro 0 – Parigi – Il premier francese Sébastien Lecornu ritorna sulla scena, ma i problemi di bilancio della Francia restano tutti lì. E con loro anche l’idea che in queste settimane sta accendendo il dibattito economico e politico d’oltralpe: la cosiddetta “tassa Zucman”. A lanciarla è Gabriel Zucman, economista francese di 38 anni,

K metro 0 – Parigi – Il premier francese Sébastien Lecornu ritorna sulla scena, ma i problemi di bilancio della Francia restano tutti lì. E con loro anche l’idea che in queste settimane sta accendendo il dibattito economico e politico d’oltralpe: la cosiddetta “tassa Zucman”.

A lanciarla è Gabriel Zucman, economista francese di 38 anni, noto per i suoi studi sulle disuguaglianze globali. Come racconta Politico, Zucman ha proposto che tutte le famiglie con un patrimonio superiore ai 100 milioni di euro paghino una tassa annuale del 2% sul valore complessivo dei propri beni. Una misura che, secondo i suoi calcoli, potrebbe garantire alle casse pubbliche fino a 20 miliardi di euro all’anno.

L’idea è semplice, ma il suo impatto potenziale enorme. In un Paese dove la ricchezza resta concentrata in poche mani e il debito pubblico galoppa, la proposta è diventata il simbolo di una nuova stagione fiscale. Zucman sostiene che i miliardari francesi, nel complesso, paghino oggi un’aliquota effettiva inferiore a quella di molti contribuenti comuni. “È necessario – dice – che anche i più ricchi diano un contributo proporzionato”.

Un’idea che divide ma si diffonde

Il piano era stato inizialmente accantonato dal primo governo Lecornu, ma ora, con l’avvicinarsi della delicata sessione di bilancio, la discussione è tornata centrale. Politico scrive che Zucman, pur non ricoprendo incarichi istituzionali, è già riuscito “a spostare il baricentro del dibattito fiscale” in Francia.

La questione, però, non si ferma ai confini nazionali. “Il dibattito francese su una tassazione più equa dei più ricchi sta alimentando discussioni anche in altri Paesi”, ha spiegato a Euractiv Quentin Parrinello, responsabile delle politiche pubbliche dell’Osservatorio fiscale europeo, diretto dallo stesso Zucman. Altri governi, infatti, si stanno muovendo nella stessa direzione. Il Belgio, finora considerato una sorta di paradiso fiscale, ha annunciato l’introduzione di un prelievo del 10% sulle plusvalenze finanziarie dal prossimo gennaio. In Germania, invece, il tema dell’imposta di successione è tornato al centro del confronto politico, dopo che il deputato cristiano-democratico Jens Spahn ha denunciato “una ricchezza che cresce da sola, mentre la distribuzione resta sempre più diseguale”.

In Europa, oggi solo la Spagna applica una vera imposta patrimoniale generale. Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si limitano a tassare singole categorie di beni – immobili, capitali o rendite – senza una tassa complessiva sulla ricchezza netta.

Il sogno europeo (e i suoi limiti)

Ma un’imposta sul patrimonio a livello europeo è davvero possibile? La risposta, per ora, è negativa. “Una tassa patrimoniale comune è praticamente irrealizzabile senza modificare i trattati dell’Unione,” ha spiegato sempre a Euractiv Nicolas Véron, economista e cofondatore del think tank Bruegel di Bruxelles.

Il nodo è che la politica fiscale resta una competenza dei singoli Stati, e Bruxelles può intervenire solo per coordinare la lotta contro evasione e concorrenza sleale. Nonostante questo, alcune voci nel Parlamento europeo vorrebbero riaprire il dibattito. “Con la mobilità dei capitali di oggi, il livello nazionale non basta più,” ha dichiarato Valérie Hayer, presidente del gruppo liberale Renew Europe, favorevole a un’imposta coordinata sui super-ricchi a livello UE.

C’è anche chi vede in questa idea una naturale evoluzione delle politiche fiscali europee. L’Unione, infatti, ha già approvato l’aliquota minima del 15% per le multinazionali, entrata in vigore nel 2024, e discute una nuova tassa comune sugli utili societari (la proposta “CORE”). Per molti economisti, il passo successivo potrebbe essere un’imposta sulle grandi fortune.

Tra fuga dei capitali e giustizia sociale

Gli scettici, però, avvertono che un prelievo di questo tipo rischierebbe di spingere capitali e patrimoni fuori dall’Unione. “Non possiamo semplicemente trasferire la tassazione delle società ai privati,” avverte Véron.

Ma secondo Parrinello, il vero problema è a monte: “I miliardari non pagano le tasse perché i nostri sistemi fiscali moderni, basati su reddito, consumi e società, non riescono a colpire i più ricchi. La concorrenza fiscale sleale non è una legge naturale, è una scelta politica.”

Il punto, insomma, è se l’Europa voglia davvero ridurre le disuguaglianze, anche a costo di mettere mano a un sistema che, finora, ha favorito la mobilità dei capitali più che l’equità sociale.

Una partita ancora aperta

Per ora, la “tassa Zucman” resta sulla carta. Ma il fatto stesso che se ne parli in Francia, in Belgio e perfino a Bruxelles segna un cambio di prospettiva. In un’Europa alle prese con debiti pubblici crescenti e tensioni sociali diffuse, la proposta di Zucman non è solo una questione economica, ma un banco di prova politico. Perché, in fondo, dietro i numeri e le aliquote, si nasconde una domanda molto più grande: chi deve pagare il prezzo del nuovo equilibrio economico europeo?

 

di Sandro Doria

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