Onu, esperti allarmati per il lavoro forzato condotto da Cina a uiguri e altre minoranze

Onu, esperti allarmati per il lavoro forzato condotto da Cina a uiguri e altre minoranze

K metro 0 – New York – Persistono in Cina gravi accuse di lavoro forzato imposto dallo Stato ai danni di uiguri, kazakhi, kirghisi, tibetani e di altre minoranze etniche. Lo hanno denunciato oggi, 22 gennaio, esperti delle Nazioni Unite, avvertendo che in diversi casi le pratiche segnalate potrebbero configurare trasferimenti forzati e persino forme

K metro 0 – New York – Persistono in Cina gravi accuse di lavoro forzato imposto dallo Stato ai danni di uiguri, kazakhi, kirghisi, tibetani e di altre minoranze etniche. Lo hanno denunciato oggi, 22 gennaio, esperti delle Nazioni Unite, avvertendo che in diversi casi le pratiche segnalate potrebbero configurare trasferimenti forzati e persino forme di schiavitù qualificabili come crimini contro l’umanità. Secondo gli esperti, esiste “un modello persistente di presunto lavoro forzato imposto dallo Stato che coinvolge minoranze etniche in numerose province cinesi”.

Il fenomeno riguarderebbe in particolare la Regione autonoma uigura dello Xinjiang, ma anche altre aree del Paese. Il lavoro forzato sarebbe facilitato dai programmi governativi di “alleviamento della povertà attraverso il trasferimento di manodopera”, che costringerebbero uiguri e membri di altre minoranze ad accettare impieghi nello Xinjiang o in altre regioni, senza reale possibilità di rifiuto o di cambiare lavoro, a causa del timore diffuso di punizioni e detenzioni arbitrarie. Lo riporta Nova.

Gli esperti riferiscono che i lavoratori coinvolti sono sottoposti a monitoraggio sistematico, sorveglianza ed sfruttamento. Il piano quinquennale dello Xinjiang per il periodo 2021-2025 prevede 13,75 milioni di “trasferimenti di manodopera” ma, secondo l’Onu, i numeri effettivi avrebbero già raggiunto livelli ancora più elevati.

Preoccupazioni analoghe vengono espresse per il Tibet, dove i tibetani sarebbero soggetti a schemi simili, come il “Piano d’azione per la formazione e il trasferimento del lavoro”, che promuove il trasferimento sistematico della cosiddetta “manodopera rurale in surplus”. Tali politiche, affermano gli esperti, giustificherebbero metodi coercitivi, inclusi sistemi di formazione professionale in stile militare. Per il solo 2024, il numero di tibetani interessati da trasferimenti di lavoro viene stimato vicino alle 650 mila unità.

Gli esperti segnalano inoltre che i tibetani sarebbero colpiti anche dal programma di “ricollocazione dell’intero villaggio”, che ricorrerebbe a forme di coercizione per costruire un consenso forzato, come visite domiciliari ripetute, minacce implicite di sanzioni, divieti di critica o il rischio di interruzione di servizi essenziali. Tra il 2000 e il 2025, circa 3,36 milioni di tibetani sarebbero stati coinvolti in programmi governativi che li hanno obbligati a ricostruire le proprie abitazioni per trasformare i nomadi in popolazioni sedentarie. Dati ufficiali indicano inoltre che circa 930 mila tibetani rurali sarebbero stati ricollocati tramite trasferimenti di interi villaggi o di singoli nuclei familiari.

Secondo gli esperti Onu, i trasferimenti di lavoro e di terra rientrano in una politica governativa volta a ridisegnare forzatamente le identità culturali di uiguri, altre minoranze e tibetani sotto la copertura dell’alleviamento della povertà. Queste pratiche modificherebbero in modo coercitivo i mezzi di sussistenza tradizionali, agricoli o nomadici, costringendo le comunità a trasferirsi in luoghi dove non avrebbero alternative al lavoro salariato. Ne deriverebbe, avvertono, un’erosione di lingua, comunità di appartenenza, stili di vita e pratiche culturali e religiose, con danni considerati irreparabili. Gli esperti esprimono inoltre forte preoccupazione per il fatto che beni prodotti attraverso il lavoro forzato entrino indirettamente nelle catene di approvvigionamento globali tramite Paesi terzi, sollevando interrogativi sull’efficacia delle restrizioni commerciali mirate e dei meccanismi di due diligence sui diritti umani.

Nel loro appello finale, gli esperti invitano investitori e imprese che operano o si riforniscono in Cina a condurre una rigorosa due diligence sui diritti umani, in linea con i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, tenendo conto dei rischi legati alle catene di fornitura. “Le aziende devono garantire che le loro operazioni e le loro catene del valore non siano contaminate dal lavoro forzato”, hanno dichiarato, rinnovando la richiesta di un accesso pieno e senza restrizioni alla Cina per i meccanismi indipendenti dell’Onu in materia di diritti umani.

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