K metro 0 – Caracas – Le riserve petrolifere del Venezuela sono le più grandi al mondo, con una stima di circa 300 miliardi di barili. Gli esperti ambientali avvertono però che la spinta di Donald Trump a rinnovare e potenziare le vaste riserve petrolifere del Paese sudamericano potrebbe aumentare l’inquinamento da riscaldamento globale. Il
K metro 0 – Caracas – Le riserve petrolifere del Venezuela sono le più grandi al mondo, con una stima di circa 300 miliardi di barili. Gli esperti ambientali avvertono però che la spinta di Donald Trump a rinnovare e potenziare le vaste riserve petrolifere del Paese sudamericano potrebbe aumentare l’inquinamento da riscaldamento globale.
Il Venezuela, che si estende dalla costa caraibica alle Ande settentrionali, è già molto esposto all’inquinamento da “oro nero” e si colloca tra i Paesi tropicali con i tassi di deforestazione più elevati, secondo Global Forest Watch, una piattaforma di monitoraggio online ospitata dal World Resources Institute.
Il rilancio dell’industria petrolifera venezuelana aggraverebbe pertanto il danno ambientale in una nazione già afflitta da fuoriuscite di petrolio, fughe di gas e infrastrutture fatiscenti, con un aumento dell’estrazione che andrebbe a incrementare le emissioni climatiche e il rischio di fuoriuscite in ecosistemi fragili.
Avvertimenti che arrivano mentre Washington ha intensificato la pressione dopo la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro lo scorso fine settimana. Da allora, gli Stati Uniti hanno cercato di affermare il controllo sulle esportazioni di petrolio venezuelano, la principale fonte di entrate del Paese, sequestrando petroliere che, secondo loro, trasportavano greggio in violazione delle sanzioni statunitensi e segnalando poi l’intenzione di reindirizzare il petrolio venezuelano verso i mercati globali.
L’amministrazione Trump ha dichiarato di voler vendere tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio venezuelano in tutto il globo, senza però specificare i tempi. I proventi sarebbero depositati su conti controllati dagli Stati Uniti, il che, secondo l’amministrazione, andrebbe a vantaggio sia dei venezuelani sia degli americani.
Gli analisti del settore lanciano così l’allarme. “Ci sono impianti di stoccaggio che stanno letteralmente sprofondando nel terreno, pozzi danneggiati e infrastrutture degradate su tutta la linea”, ha dichiarato ad Associated Press Paasha Mahdavi, professore associato di scienze politiche presso l’Università della California, Santa Barbara, che studia governance energetica ed economia politica.
Il Venezuela, difatti, produce greggio pesante che emette una quantità di inquinamento di gran lunga superiore rispetto alla maggior parte delle altre forme di petrolio, perché richiede più energia per l’estrazione e la raffinazione. Questo comporta la combustione di gas naturale, soprattutto metano, il potente gas serra che riscalda il pianeta.
Ma c’è di più. L’Osservatorio venezuelano di ecologia politica, un organismo di controllo ambientale, ha documentato quasi 200 fuoriuscite di greggio dal 2016 al 2021 non segnalate dalle autorità. I dati satellitari di Global Forest Watch mostrano che il Venezuela ha perso circa 2,6 milioni di ettari di copertura arborea – circa la dimensione dello Stato americano del Vermont – negli ultimi due decenni, in gran parte a causa dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria e degli incendi, anche se l’attività petrolifera ha contribuito alla perdita di foreste in alcune regioni produttrici.
Secondo un dossier del 2025 dell’Agenzia internazionale per l’energia, inoltre, il rapporto tra il metano rilasciato e il gas naturale prodotto era ben al di sopra della norma nelle operazioni petrolifere e del gas in Venezuela, con stime che indicavano emissioni di metano a monte circa sei volte superiori alla media mondiale.
La Casa Bianca, su richiesta della AP al Dipartimento dell’Energia, ha affermato che le compagnie petrolifere e del gas statunitensi che avrebbero riorganizzato l’industria petrolifera venezuelana avevano “i più elevati standard ambientali”.
Ma il greggio venezuelano, denso e viscoso, ha un alto contenuto di zolfo, che lo rende più difficile da estrarre e raffinare rispetto ad altri tipi di petrolio, come quello più leggero prodotto dai giacimenti di scisto degli Stati Uniti, ha ribattuto Diego Rivera Rivota, ricercatore senior presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University.
“È molto denso, viscoso, molto duro. Ed è anche molto acido”, ha detto l’esperto. Tuttavia, molte raffinerie statunitensi sono state progettate decenni fa per lavorare questo tipo di petrolio, rendendo il greggio venezuelano una scelta adeguata nonostante le sue maggiori esigenze di lavorazione.
Anche un modesto aumento della produzione petrolifera venezuelana potrebbe però avere conseguenze climatiche su scala nazionale, ha affermato Mahdavi, dell’Università della California, Santa Barbara.
Secondo il docente, spingere ulteriormente la produzione fino a 1,5 milioni di barili al giorno potrebbe portare le emissioni annuali a circa 550 milioni di tonnellate, pari alle emissioni di circa la metà di tutti i veicoli a benzina negli Stati Uniti.
Patrick Galey dell’organizzazione no profit Global Witness ha affermato che il sistema petrolifero venezuelano è tra i più mal gestiti al mondo dopo anni di investimenti insufficienti, con oleodotti e impianti di stoccaggio obsoleti e un diffuso ricorso al gas flaring che aumenta il rischio di fuoriuscite e perdite di metano.
A Caracas, Antonio de Lisio, professore e ricercatore di scienze ambientali presso l’Università Centrale del Venezuela, ha affermato che lo sfruttamento petrolifero nel Paese è da tempo accompagnato da danni ambientali, lasciando decenni di inquinamento mai del tutto affrontati.
Ha spiegato che le riserve di petrolio pesante del Venezuela si trovano in pianure fragili attraversate da fiumi dal corso lento, una conformazione geografica che può amplificare gli effetti delle fuoriuscite. “Qualsiasi fuoriuscita di petrolio ha il potenziale di peggiorare perché questi non sono fiumi che scorrono veloci, ma acque che scorrono lentamente”, ha detto riferendosi ai morichales, zone umide paludose ricche di palme comuni nella parte orientale del Venezuela, dove la contaminazione può persistere per lunghi periodi.
Ha affermato che gli impianti di lavorazione ad alta intensità energetica che utilizzano calore, sostanze chimiche e grandi volumi d’acqua per rendere esportabile il greggio pesante comportano ulteriori rischi ambientali, soprattutto nei fragili sistemi fluviali.
I veri costi ambientali e sociali del petrolio venezuelano non sono mai stati calcolati appieno, ha aggiunto de Lisio. “Se tali costi fossero contabilizzati integralmente, ci renderemmo conto che continuare a produrre petrolio non è la scelta migliore per il Venezuela”, ha concluso.
di Sandro Doria













