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Spagna, vertice clima 2023. Le aree più ricche impegnate a ridurre le emissioni del 95%

Spagna, vertice clima 2023. Le aree più ricche impegnate a ridurre le emissioni del 95%

K metro 0 – Madrid – L’1 per cento più ricco della popolazione mondiale emette la stessa quantità di CO₂ dei due terzi più poveri, mentre in Spagna l’1% con i redditi più alti inquina quanto un quarto della popolazione. I più privilegiati dovrebbero dunque ridurre le loro emissioni del 95% per contenere il riscaldamento

K metro 0 – Madrid – L’1 per cento più ricco della popolazione mondiale emette la stessa quantità di CO₂ dei due terzi più poveri, mentre in Spagna l’1% con i redditi più alti inquina quanto un quarto della popolazione. I più privilegiati dovrebbero dunque ridurre le loro emissioni del 95% per contenere il riscaldamento globale a 1,5°C, limite considerato sicuro e fissato dalla comunità internazionale.

È quanto rivela uno studio dell’ONG Intermón Oxfam insieme all’Istituto per l’Ambiente di Stoccolma (SEI), basato sui dati relativi alle abitudini di consumo nel 2019, l’ultimo anno per il quale sono disponibili queste informazioni per ogni gruppo di reddito. Il rapporto arriva proprio a ridosso del vertice sul clima di Dubai, noto come COP28, previsto dal 30 novembre al 12 dicembre prossimi, in cui i Paesi affronteranno i progressi compiuti nella riduzione delle emissioni dal vertice di Parigi del 2015, quando fu concordato proprio l’obiettivo di non superare un riscaldamento di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Ne ha riferito Rtve.

Di fatto 77 milioni di persone che costituiscono l’1% più ricco dell’umanità sono stati responsabili del 16% delle emissioni totali di anidride carbonica, il principale gas serra, la stessa percentuale dei 5 miliardi di persone con il reddito più basso, mentre il 10% più ricco ha generato la metà delle emissioni totali. Il 10% più ricco ha emesso difatti il 50% delle emissioni di CO₂.

In Spagna, nel 2019, il 10% dei redditi più alti, circa 4,7 milioni di persone, ha generato quasi un terzo di tutte le emissioni, equivalente a quanto emesso dal 53% dei redditi più bassi, quasi 25 milioni di persone. Le emissioni globali dei più ricchi sono così sufficienti a causare 1,3 milioni di morti in più legate al caldo rispetto a quanto previsto da qui al 2030.

Lourdes Benavides, responsabile della giustizia climatica di Oxfam Intermón ha dichiarato che “gli effetti del cambiamento climatico colpiscono più duramente coloro che sono meno responsabili: le persone che vivono in condizioni di povertà e le generazioni future. L’attuale modello economico e di consumo è insostenibile”. E aggiunge: “I maggiori inquinatori del mondo, le multinazionali dei combustibili fossili e i super ricchi del mondo, sono i principali responsabili della crisi climatica. Stanno realizzando profitti record, mentre i meno responsabili dell’emergenza climatica sono colpiti dalle sue devastanti conseguenze. Chi inquina di più deve sostenerne i costi”, conclude Benavides.

Oxfam propone così di tassare i redditi dell’1% più ricco a un tasso del 60% per ridurre le emissioni a circa il totale di quelle generate nel Regno Unito in un anno. Inoltre, questa decisione permetterebbe di raccogliere 6,4 miliardi di dollari all’anno, utilizzabili per finanziare la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Gli effetti di questa crisi sulla salute globale sono sottolineati anche dall’ultimo rapporto di The Lancet, chiamato Lancet Countdown, secondo cui, nell’intero ultimo decennio, in cui il mondo si è riscaldato in media di 1,14ºC rispetto all’epoca preindustriale, e la mortalità legata al caldo nelle persone di età superiore ai 65 anni è aumentata dell’85% rispetto al periodo 1991-2000. Questo testo, preparato da 114 esperti di 52 istituzioni e agenzie ONU di tutto il mondo, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), presenta l’analisi più aggiornata del legame tra salute e cambiamenti climatici.

Gli autori del rapporto considerano la presenza di questo tema al vertice come un'”opportunità unica” “per ottenere impegno e azione”. “Se i negoziati sul clima riusciranno a ridurre rapidamente ed equamente l’uso dei combustibili fossili, ad accelerare la mitigazione e a sostenere gli sforzi di adattamento per la salute, l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C sarà raggiungibile”, ha dichiarato Marina Romanello, direttore esecutivo del rapporto presso l’University College di Londra, il centro che ha condotto lo studio.

“Le proiezioni di un pianeta con un aumento della temperatura di 2°C ci parlano di un futuro pericoloso e ci ricordano che il ritmo e la portata degli sforzi di mitigazione che abbiamo visto finora sono stati tristemente inadeguati a salvaguardare la salute e la sicurezza delle persone”, ha spiegato in una nota condivisa con i media.

L’aumento degli eventi estremi provoca anche perdite economiche, stimate in 264 miliardi di dollari nel 2022, con un incremento del 23% rispetto al periodo 2010-2014. Le temperature estreme hanno inoltre causato la perdita di 490 miliardi di ore lavorative potenziali a livello globale nel 2022, con una impennata di quasi il 42% rispetto al periodo 1991-2000.

Ma al di là di ciò che già rappresenta il cambiamento climatico, gli impatti saranno ancora maggiori in futuro se il ritmo attuale delle emissioni continuerà. Tra le altre conseguenze, il numero di morti legate al caldo salirà di quasi cinque volte entro il 2050.

Intanto i 20 colossi mondiali del petrolio e del gas hanno aumentato le loro proiezioni di produzione rispetto all’anno scorso, il che porterebbe le emissioni di gas serra a superare del 173% i livelli compatibili con un aumento della temperatura di 1,5°C entro il 2040 – rispetto all’aumento del 112% previsto nelle loro strategie per il 2022 – mettendoli ancora più lontani dal rispettare gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi. Le aziende produttrici di combustibili fossili hanno destinato solo il 4% dei loro investimenti di capitale alle energie rinnovabili entro il 2022. “Questo mette la possibilità di un futuro sano ancora più fuori portata”, avverte lo studio.

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