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Australia: Facebook accusata di manipolare deliberatamente l’opinione pubblica

K metro 0 – Canberra – Il social media Facebook è stato nuovamente accusato di manipolare deliberatamente l’opinione pubblica dell’Australia. Facebook, protagonista sin dallo scorso anno di un braccio di ferro con le autorità di Canberra per la presunta politicizzazione della piattaforma, e per la richiesta dei regolatori di remunerare i media per i contenuti

K metro 0 – Canberra – Il social media Facebook è stato nuovamente accusato di manipolare deliberatamente l’opinione pubblica dell’Australia. Facebook, protagonista sin dallo scorso anno di un braccio di ferro con le autorità di Canberra per la presunta politicizzazione della piattaforma, e per la richiesta dei regolatori di remunerare i media per i contenuti editoriali rilanciati dal social media, è al centro stavolta di un’inchiesta di “Sky News Australia”, informa l’Agenzia Nova.

L’emittente televisiva accusa la società di Mark Zuckerberg di aver preso segretamente accordi con due tra le maggiori università del Paese al fine di influenzare il primo referendum di riforma costituzionale organizzato nel Paese da 24 anni a questa parte, per dare una “voce” alle popolazioni aborigene australiane. Secondo l’emittente televisiva australiana, Meta – la società che controlla Facebook e Instagram – ha consentito al Royal Melbourne Institute of Technology (Rmit) di bollare come contrarie alle linee guida e censurare dalla piattaforma utenze giornalistiche che esprimevano posizioni sgradite in merito alla imminente consultazione pubblica. Quel che è peggio, Meta avrebbe siglato col Rmit un “accordo commerciale segreto” per la moderazione dei contenuti da 740mila dollari l’anno, pagati direttamente da una controllata della società in Irlanda Entrambe le circostanze – sottolinea l’emittente televisiva – violano i termini degli accordi assunti da Zuckerberg con le autorità australiane per assicurare l’indipendenza dei moderatori di contenuti su Facebook.

“Sky News” sottolinea che il Rmit era stato certificato come organo di moderazione indipendente dalla International Fact-Checking Network (Ifcn), l’organo internazionale dell’Istituto Poynter che si occupa di redigere un codice etico per le organizzazioni che si occupano di verifica dei fatti. Tale certificazione, però, è scaduta lo scorso dicembre; quel che è peggio, il Royal Melbourne Institute of Technology sarebbe solo una di 55 organizzazioni internazionali che non hanno ottenuto il rinnovo delle credenziali dell’Ifcn, ma di cui Meta continua spesso a servirsi per la moderazione di contenuti. “Sky News” denuncia che i contenuti della sua pagina web sono stati bollati come “falsa informazione” proprio dal Rmit in molteplici occasioni dall’inizio del 2023. I moderatori dell’ateneo si sarebbero macchiati inoltre di diverse violazioni del codice etico e deontologico, ad esempio usando profili personali per bollare come “razzista” il leader dell’opposizione conservatrice australiana Peter Dutton, contrario all’approvazione del referendum.

“Sky News Australia” punta l’indice anche contro un’altra università del Paese, l’Università di Adelaide, che starebbe sfruttando i propri contatti con Facebook per organizzare una “campagna di censura a guida accademica” tesa a influenzare l’esito del referendum. L’ateneo starebbe collaborando con “un gruppo attivista” per pubblicare “statistiche fallaci in merito alla copertura d’informazione” del referendum, a sostegno della tesi secondo cui la consultazione sarebbe oggetto di una campagna giornalistica ostile. Sulla vicenda è intervenuto ieri anche Elon Musk, proprietario di X (Twitter), che commentando l’inchiesta dell’emittente televisiva australiana ha nuovamente accusato Mark Zuckerberg, suo rivale in affari, di utilizzare Facebook per “manipolare quasi quotidianamente l’opinione pubblica su scala globale”. Il referendum “The Voice”, che verrà calendarizzata entro la fine del 2023, chiederà ai cittadini australiani se approvare un emendamento alla Costituzione per creare un nuovo organismo pubblico, la “Voce aborigena e degli abitanti delle isole dello Stretto di Torres”. L’approvazione del referendum aprirebbe la strada al riconoscimento delle popolazioni aborigene come “Primo popoli” del Paese, e la Voce agirebbe come organo consultivo indipendente a tutela degli interessi di queste comunità.

Già lo scorso anno, Facebook era stato accusato dal quotidiano “Wall Street Journal” di aver causato danni deliberati ai siti d’informazione e agli account di ospedali e servizi di emergenza dell’Australia nel 2021, per influenzare l’iter di un disegno di legge che avrebbe costretto i colossi del web a retribuire i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme dalle società d’informazione. Il quotidiano Usa era giunto in possesso di documenti interni e di testimonianze presentate alle autorità statunitensi e australiane, da cui emergeva che Facebook progettò ed eseguì un’offensiva contro profili social australiani di alto profilo: un vero e proprio “attacco preventivo” per ottenere la massima leva negoziale possibile con i legislatori di quel Paese. Oscurando i profili di editori e organi d’informazione australiani sulla propria piattaforma, Facebook avrebbe agito nella consapevolezza di danneggiare servizi essenziali e organizzazioni caritatevoli. Dai documenti interni emergeva anche che alcuni dipendenti di Facebook sollevarono la questione coi vertici della società, che però misero tutto a tacere. I documenti consultati dal quotidiano rivelavano inoltre che l’amministratore delegato di Facebook in persona, Mark Zuckerberg, si era congratulato coi suoi collaboratori per la riuscita dell’offensiva contro Canberra. I cinque giorni di caos informatico arrecato da Facebook all’Australia nel 2021 si risolsero in una sostanziale resa del parlamento australiano, che accettò di emendare il disegno di legge esentandone di fatto Facebook e la sua società madre Meta Platforms Inc.

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