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Amnesty, su migranti no alla fabbrica della paura

Amnesty, su migranti no alla fabbrica della paura

Con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, affrontiamo in 10 domande una panoramica di temi di attualità in Italia, Europa e mondo legati dal filo rosso del rischio di violazione dei diritti umani. Intervista di Daniela Bracco per K metro 0 Come valuta Amnesty la politica sull’ immigrazione dell’Unione europea?  E come vede, invece, le politiche

Con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, affrontiamo in 10 domande una panoramica di temi di attualità in Italia, Europa e mondo legati dal filo rosso del rischio di violazione dei diritti umani.

Intervista di Daniela Bracco per K metro 0

Come valuta Amnesty la politica sull’ immigrazione dell’Unione europea?  E come vede, invece, le politiche – ora in fase di ripensamento – dei singoli Governi? 

Da anni, le politiche dell’Unione europea sono basate sulla visione dell’immigrazione come una minaccia da contenere. Nel 2016 l’accordo con la Turchia, a seguire singole iniziative degli stati membri (come l’accordo tra Italia e Libia), hanno attuato questo approccio. I paesi del gruppo di Visegrad hanno sabotato il sistema di ricollocamenti proposto dalla Commissione europea nel 2015-

I diritti umani, da sempre, sono il terreno di battaglia essenziale di Amnesty. Nella vicenda dell’immigrazione, a Vostro giudizio, sinora sono stati veramente rispettati dai singoli Paesi europei?

Le politiche di cui parlavo sopra hanno avuto la conseguenza di negare i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, soprattutto alla frontiera esterna marittima e alle frontiere interne. Esemplare, in negativo, è il comportamento della Francia al confine con l’Italia. Quando a quest’ultimo paese, l’aver messo in grado le autorità libiche – e in particolare la Guardia costiera – di gestire il controllo delle coste e da ultimo le operazioni di soccorso in mare ha causato gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione della Libia ove le persone intercettate in mare vengono portate.

Secondo Lei, da cosa dipende l’atteggiamento apertamente razzista manifestato recentemente, in alcuni Paesi UE, nei confronti degli immigrati? Secondo la Vostra esperienza, esiste una ricetta per combatterlo?

È la conseguenza delle politiche che vedono l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza. In questi ultimi anni, i social media sono diventati il megafono di pensieri rozzi, di notizie false, di previsioni apocalittiche, di equazioni immigrazione = Islam = terrorismo. Si è imposto un linguaggio politico apertamente razzista, che ha consentito in molti paesi di acquisire consenso e persino di vincere elezioni. Occorre contrastare l’odio online, utilizzare le norme della legge Mancino, chiedere ai gestori dei social media di applicare i regolamenti. Soprattutto, occorre continuare a parlare di educazione ai diritti umani nelle scuole.

Tornando alle possibili risposte da parte dell’Unione Europea, cosa vi aspettate dai vertici comunitari di questi giorni? 

Ci aspettiamo una profonda riforma del sistema d’asilo, che ormai in Europa non funziona. Vorremmo che venisse superato il sistema di Dublino, che davvero – come dice il presidente del consiglio italiano – “chi arriva in Italia arriva in Europa”. Temiamo che il Consiglio europeo promuoverà invece una visione che privilegerà l’esternalizzazione della gestione dell’immigrazione, ad esempio attraverso la costituzione di hotspot o centri diversamente denominati con l’obiettivo di operare la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici prima che le persone giungano sul suolo europeo.

Come possono le azioni di Amnesty in favore dei diritti umani e dei migranti incrociarsi con le esigenze dei Paesi europei di verificare per motivi di sicurezza le identità e i legami di chi entra? Quali protocolli e azioni suggerirebbe?

Le soluzioni che propone Amnesty International sono proprio quelle che tengono insieme sicurezza e diritti: percorsi legali e sicuri, ricollocamenti, resettlement di persone di cui sia accertata la sussistenza delle necessità di protezione internazionale. È proprio la mancanza di soluzioni del genere, ossia gli arrivi disordinati organizzati dal traffico di esseri umani, a mettere in pericolo la sicurezza e la dignità e i diritti.

Sempre a proposito dei diritti umani, confrontiamoci con gli USA. Come considera la decisione. dell’amministrazione Trump (poi frettolosamente rivista) di impedire i ricongiungimenti familiari agli immigrati entrati clandestinamente nel Paese?

Di una crudeltà spaventosa, una vera e propria forma di tortura psicologica. Trump e le sue politiche sono il modello, in negativo, del “cattivismo” senza limiti, la prova che pur di non far entrare le persone in un paese si è disposti a tutto. Il decreto che ha ristabilito il ricongiungimento delle famiglie migranti non ha migliorato le cose, dato che le famiglie riunite resteranno in carcere fino a quando la procedura per determinare la sussistenza del diritto d’asilo non sarà conclusa.

Parliamo ora dei conflitti in corso nel mondo, partendo da quello dello Yemen. Che denuncia precisa può fare Amnesty sulla situazione dei diritti umani e dell’infanzia in questa sfortunata regione? 

Quello dello Yemen è un conflitto sporco, pieni di crimini di guerra, che ha dato luogo alla più grave crisi umanitaria al mondo. Come in Siria, non si possono dividere le parti in conflitto tra buoni e cattivi, ci sono solo cattivi. La popolazione civile, in particolare i bambini, ne fa le spese in un modo atroce: otto su dieci dipendono dagli aiuti umanitari, che vengono bloccati nei porti d’ingresso e ostacolati nella distribuzione all’interno del paese.

Il Rapporto annuale Amnesty 2017-2018, in cui sono stati analizzati 159 Paesi, è la più grande ricerca sullo stato dei diritti umani nel mondo. Tra i vari continenti, dov’è la situazione peggiore, e dove, invece, quella migliore?

Non siamo abituati a fare classifiche. Di certo, la situazione peggiore è quella dei conflitti in corso (Siria, Yemen, vari stati dell’Africa sub-sahariana) e della pulizia etnica del 2017 contro la popolazione rohingya in Myanmar. Siamo preoccupati per la repressione dei difensori dei diritti umani in Egitto e in Turchia, l’unico paese al mondo in cui presidente e direttrice di Amnesty International sono sotto processo per terrorismo. Ci preoccupa anche la situazione della libertà di stampa in Messico e l’attacco contro le Ong in atto in Ungheria.

Amnesty International rimane la più autorevole “sentinella” indipendente dei diritti umani. Quale considera il maggior risultato in questi ultimi anni? E quale vorrebbe fosse il prossimo?

In termini numerici, quello più evidente è la diminuzione marcata del numero dei paesi che applicano la pena di morte (una ventina, corrispondente al numero dei paesi che nel periodo in cui nacque Amnesty International l’avevano abolita). In senso culturale, la crescita della consapevolezza e della conoscenza dei diritti umani. In senso giuridico, l’aver contribuito allo sviluppo del diritto internazionale dei diritti umani e alla nascita della Corte penale internazionale.

In una frase, quale impegno concreto chiede oggi al Governo Italiano per i prossimi mesi?

Cessare di alimentare la fabbrica della paura.

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