L’azzardo del Sol Levante: perché Sanae Takaichi è un gigante dai piedi d’argilla

L’azzardo del Sol Levante: perché Sanae Takaichi è un gigante dai piedi d’argilla

K metro 0 – Tokyo – Le elezioni giapponesi dell’8 febbraio 2026 hanno consegnato al Partito Liberal Democratico (LDP), sotto la guida della neopremier Sanae Takaichi, oltre 2/3 dei seggi della Camera dei Rappresentanti. Con l’apporto del partito alleato Ishin, la coalizione di governo controlla oggi oltre i tre quarti della Camera bassa: si tratta

K metro 0 – Tokyo – Le elezioni giapponesi dell’8 febbraio 2026 hanno consegnato al Partito Liberal Democratico (LDP), sotto la guida della neopremier Sanae Takaichi, oltre 2/3 dei seggi della Camera dei Rappresentanti. Con l’apporto del partito alleato Ishin, la coalizione di governo controlla oggi oltre i tre quarti della Camera bassa: si tratta della maggioranza parlamentare più ampia nella storia del Giappone democratico. L’LDP ha ricevuto così tanti voti che ha dovuto rinunciare a 14 seggi perché i candidati erano meno degli eletti a cui avrebbe avuto diritto.

Potendo facilmente superare le pastoie della Camera alta, Takaichi ha da temere solo se stessa e Pechino alle sue porte.

Il piano da 115 miliardi di euro lanciato per mitigare il carovita somiglia rischia di aggravare la malattia che era chiamato a curare. A fronte di un’inflazione già salita del 12% negli ultimi quattro anni, una simile iniezione di liquidità potrebbe portare a un eccesso di domanda, una fuga dai titoli di Stato, un aumento del costo del rifinanziamento del debito e un ulteriore crollo dello yen, che renderebbe le importazioni ancora più esose.

La strategia di Takaichi ripropone la metafora di Abe delle “tre frecce”: tassi bassi, spesa pubblica espansiva e uno statalismo muscolare volto a garantire l’autonomia del Paese in settori vitali come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, l’energia e gli armamenti. Ma la premier deve fare i conti con un trilemma senza vie d’uscita. Dal 1980 a oggi, gli over 64 sono quadruplicati, passando da 8 a 36 milioni. Questa marea grigia comprime le entrate fiscali e gonfia i costi del welfare, mentre i salari reali restano ancorati a livelli inferiori a quelli di vent’anni fa.

In questo scenario, gli investimenti nella difesa e nell’innovazione non possono essere finanziati tagliando un welfare caro alla base elettorale anziana dell’LDP, né possono poggiare su un debito che è già volato dal 62% del 1990 al 232% del PIL nel 2025. Nonostante l’82% di questo fardello sia in mani giapponesi, la sostenibilità resta un’incognita. Anche la carenza di braccia nel mercato del lavoro (con una disoccupazione al 2,6%) non sembra trovare soluzioni condivise: la robotica non basta e l’apertura all’immigrazione resta un tabù politico per non lasciare spazio alla propria destra a Sanseitō.

L’eredità dei decenni passati pesa come un macigno. Dallo scoppio della bolla finanziaria, nei soli anni ’90 una pulsione sfrenata a versare calcestruzzo ha portato il governo giapponese a spendere 2.000 miliardi di dollari in infrastrutture, spesso dai volumi di traffico deludenti. È il Paese dove il 50% della linea costiera è cementificato, dove il museo di Nagoya costò così tanto da non avere più fondi per le opere d’arte e dove alcuni tunnel autostradali di Tokyo hanno sfiorato il costo del milione di dollari al metro. Eppure la crescita media del PIL è rimasta asfittica, in media sotto l’1% dal 1990 a oggi.

In questo ristagno le fratture sociali si sono acuite. Come spiega Filippo Dornetti, professore di Storia dell’Asia presso l’Università degli Studi di Milano, «tra i problemi sistemici del Paese c’è l’erosione della classe media. Negli anni ’70 in Giappone c’era il mito della classe media estesa (si diceva “ichi oku sochuryu”, cioè classe media di 100 milioni di individui): i giapponesi si pensavano come una società egualitaria, senza classi e conflitti sociali. Dagli anni ‘90, dopo lo scoppio della bolla finanziaria, è cominciato il fenomeno di polarizzazione delle classi sociali». Oggi infatti la metà meno abbiente della popolazione possiede il 4,6% del patrimonio nazionale, secondo il World Inequality Index.

Sul fronte internazionale, Tokyo sta cercando faticosamente di diversificare le proprie catene del valore. Silvia Menegazzi, professoressa di studi asiatici della LUISS, ci racconta: “Il Giappone in questi anni ha cercato sbocco in mercati alternativi agli Stati Uniti e ha ricominciato a riposizionarsi: ha una partnership economica con l’UE, ha preso il ruolo di Paese leader nella CPTPP (l’accordo di libero scambio da cui gli USA si sono sfilati all’inizio della prima amministrazione di Donald Trump, N.d.R.), ha rafforzato gli accordi con i Paesi del Sud- Est asiatico, come a esempio con l’Indonesia. L’alternativa agli Stati Uniti per il Giappone non è la Cina. Non deve sorprenderci perché al livello storico il Giappone ha sempre avuto rapporti difficili con la Cina. L’alternativa agli Stati Uniti per il Giappone è il resto del mondo”.

Tuttavia, Pechino resta un partner commerciale imprescindibile e al tempo stesso la principale minaccia al fiorire dei commerci nipponici. Nel 2025, il Giappone ha importato merci dalla Cina per 145 miliardi di euro, esportando però in modo massiccio verso Taiwan (43 mld €), il Sud – Est asiatico e l’India (375 mld €). La risposta di Takaichi a questo dilemma corneliano è il riarmo: la spesa militare è balzata al 2% del PIL. La premier preme per “l’autodifesa collettiva”, l’installazione di testate nucleari americane e la revisione dell’articolo 9 della Costituzione, il pilastro pacifista che vieta di mantenere forze armate. Per quest’ultimo traguardo però le mancano ancora i 2/3 dei voti necessari nella Camera alta.

Takaichi ha l’opportunità di trasformare il Paese nei prossimi quattro anni senza badare troppo alle scadenze elettorali intermedie. Se vuole veramente sublimarsi nella Lady di Ferro giapponese, lavori per rimuovere i colli di bottiglia dell’apparato produttivo e di ricerca giapponese e i sudditi dell’Imperatore continueranno a lungo a esserle grati.

di Lorenzo Farrugio

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