Quando il dollaro perde credibilità sui mercati

Quando il dollaro perde credibilità sui mercati

K metro 0 – Washington – Il dollaro continua a perdere terreno e per Washington non sembra un problema. Una moneta americana più debole rende più cari i beni importati e più convenienti i prodotti statunitensi all’estero. Ma la competitività si crea soprattutto con la produttività, infrastrutture, filiere, energia, capitale umano. Nel breve periodo, dunque, un

K metro 0 – Washington – Il dollaro continua a perdere terreno e per Washington non sembra un problema. Una moneta americana più debole rende più cari i beni importati e più convenienti i prodotti statunitensi all’estero. Ma la competitività si crea soprattutto con la produttività, infrastrutture, filiere, energia, capitale umano.

Nel breve periodo, dunque, un dollaro più “leggero” offre un risultato visibile, ma i mercati, prima o poi chiederanno il conto. E rifinanziare costa di più se la fiducia cala. Se gli investitori percepiscono infatti che la politica economica sta erodendo la credibilità del dollaro, pretenderanno premi più alti per comprare titoli americani. E se i tassi salgono o restano alti più a lungo, l’effetto si trasmette a tutta l’economia: costo del credito, investimenti, immobili, crescita.

A prima vista, così, poche decine di soldati tedeschi e francesi in volo verso la calotta glaciale della Groenlandia non sembrano un evento in grado di smuovere l’infinita roulette dei mercati o di influenzare l’economia statunitense. Ma il mondo finanziario prende nota di quasi tutto. Le tensioni tra Europa e Stati Uniti fanno parte di una frattura più profonda all’interno del comparto finanziario, che si aggiunge alla guerra commerciale dichiarata nove mesi fa con il mal denominato “Giorno della Liberazione” e agli attacchi all’indipendenza della Federal Reserve.

Nel breve termine, gli speculatori scommettono dunque sul calo del dollaro, soprattutto nei periodi di recessione economica (l’esatto contrario di prima). Nel medio termine, le istituzioni e le aziende esposte al dollaro devono proteggersi da questi cali previsti. E nel lungo termine, i grandi gestori patrimoniali con portafogli da migliaia di miliardi di dollari, come Amundi, Pimco e Allianz, stanno gradualmente spostando i loro investimenti.

“Le multinazionali e gli investitori continueranno probabilmente a ridurre la loro esposizione al dollaro attraverso vendite di dollari legate a strumenti di copertura”, dichiara a El Pais English Derek Halpenny, responsabile dei mercati globali in Europa per la società giapponese MUFG.

Ma l’inquilino dello Studio Ovale sembra non curarsi di ciò che accade oltre i confini nazionali, come accennato. “Guardate gli affari che stiamo facendo. Il dollaro sta andando alla grande”, ha affermato la prima settimana di febbraio quando sono suonati i primi campanelli d’allarme.

Eppure quasi due cittadini su tre disapprovano la sua performance, caratterizzata da oscillazioni nella sua politica commerciale aggressiva, minacce agli alleati tradizionali, vessazioni nei confronti dei rivali politici e una retorica populista che sta causando profonde divisioni nel Paese. E i democratici sono pronti a sfruttare le elezioni di medio termine alla fine dell’anno.

Per questo, da mesi Trump esercita pressioni sulla Federal Reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Tassi più bassi riducono il costo del denaro e consentono alle famiglie e alle imprese di spendere di più, a vantaggio dell’economia. Al contempo, un dollaro più debole avvantaggia l’economia nel breve termine.

Ma il piano del presidente statunitense presenta degli svantaggi. Un dollaro più debole alimenta l’inflazione. Se la domanda aumenta, le aziende aumenteranno quasi automaticamente i prezzi. Qualcosa di simile accadrebbe se la Federal Reserve ascoltasse le sue ripetute richieste di tagliare ancora i tassi di interesse. Venerdì 30 gennaio la Casa Bianca ha annunciato Kevin Warsh come prossimo presidente della Fed, in sostituzione di Jerome Powell. Warsh ha dichiarato di impegnarsi ad abbassare il costo del denaro in maniera più aggressiva.

Saranno i mercati a decidere. Ma come è noto, l’inflazione prospera con tassi di interesse bassi. Un secondo svantaggio del dollaro debole e del rischio di inflazione è l’impatto sul debito pubblico e sui tassi di interesse ai quali gli Stati Uniti finanziano il loro ingente deficit. “Per decenni, i titoli del Tesoro statunitense hanno offerto rendimenti interessanti, mentre il dollaro ha fornito una copertura.

Quell’era è finita”, spiega sempre a El Pais English un rapporto di Pimco, il più grande gestore di titoli sovrani al mondo. “Questo cambiamento ha profonde implicazioni. Le banche centrali e gli investitori stanno rivalutando la concentrazione sul dollaro, cercando alternative che non penalizzino una gestione prudente del rischio”.

Le implicazioni di un dollaro debole riguardano, fra l’altro, la valuta continentale. Un euro forte raffredda l’economia europea. L’andamento della valuta sarà all’ordine del giorno della riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea di giovedì 5 febbraio.

Un altro indicatore ha battuto tutti i record: l’oro, riferimento monetario con millenni di storia, ha raddoppiato il suo prezzo in un solo anno grazie alla domanda galoppante. Banca UBS stima che tre quarti dell’aumento siano dovuti ai cambiamenti nella politica statunitense, una stima che probabilmente sottovaluta l’impatto delle minacce all’indipendenza della Fed e del conflitto in Groenlandia.

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