K metro 0 – Bruxelles – Nonostante i bombardamenti subiti durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’Iran ha preservato gran parte delle proprie capacità militari, in particolare nel settore missilistico, continuando a rappresentare una minaccia concreta per gli Stati Uniti e i loro alleati in Medio Oriente. Secondo quanto riportato dal
K metro 0 – Bruxelles – Nonostante i bombardamenti subiti durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, l’Iran ha preservato gran parte delle proprie capacità militari, in particolare nel settore missilistico, continuando a rappresentare una minaccia concreta per gli Stati Uniti e i loro alleati in Medio Oriente.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran dispone di circa duemila missili balistici a medio raggio, in grado di colpire Israele, oltre a consistenti scorte di missili a corto raggio, missili antinave, droni e navi lanciasiluri. Un arsenale che, nel suo complesso, costituisce un rischio diretto per le basi statunitensi dislocate nella regione e per il traffico navale nello strategico Stretto di Hormuz.
La posizione strategica dell’Iran non è frutto del caso, ma il risultato di decenni di pianificazione pensata per affrontare precisamente uno scenario di confronto con potenze esterne. Dalla Rivoluzione del 1979, la dottrina militare e la politica estera di Teheran sono state modellate attorno all’obiettivo primario della sopravvivenza del regime di fronte a possibili attacchi esterni.
Invece di sviluppare una forza convenzionale capace di sconfiggere gli Stati Uniti in un conflitto aperto, l’Iran ha concentrato le proprie risorse su capacità asimmetriche: missili balistici e da crociera, utilizzo di proxy regionali, operazioni cibernetiche e strategie anti-accesso e interdizione dell’area. Quest’ultimo insieme include sistemi di difesa aerea, mine navali, imbarcazioni d’attacco rapido, droni e strumenti di guerra elettronica, pensati per imporre costi elevati e crescenti a qualsiasi aggressore. Tuttavia, la capacità offensiva iraniana, sebbene inserita in un contesto di fragilità economica e politica, continua dunque a essere considerata rilevante dagli analisti. “Teheran può anche essere debole, ma la sua robusta forza missilistica la rende ancora letale”, ha affermato Behnam Ben Taleblu, direttore del programma Iran presso la Foundation for Defense of Democracies, commentando recenti dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio al Congresso.
Di fronte a questa minaccia, l’Amministrazione Trump ha rafforzato la presenza militare statunitense nell’area, schierando la portaerei USS Abraham Lincoln e ulteriori assetti aerei, così da garantire alla Casa Bianca diverse opzioni operative in caso di escalation. Parallelamente, Washington ha potenziato i sistemi di difesa antimissile Patriot e THAAD.
L’Iran è un Paese grande, popoloso, e molto preparato ad affrontare uno scontro prolungato. Un attacco al territorio iraniano non potrebbe non rappresentare l’inizio del collasso del regime, bensì l’ultimo stadio di una strategia difensiva che Teheran ha progettato proprio per questo tipo di scenario. Il Paese è pronto a sopportare danni significativi e a infliggerli in molteplici teatri regionali, dall’Iraq al Golfo, dallo Yemen fino ad altri contesti strategici.
Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto durante il conflitto di giugno, questi sistemi dovrebbero ora coprire un’area significativamente più ampia. Secondo il Council on Foreign Relations, gli Stati Uniti sono chiamati a difendere circa due dozzine di basi terrestri ufficialmente dichiarate, distribuite dalla Turchia al Kuwait, oltre a circa 40mila militari.
Sul piano operativo, diversi analisti militari ritengono che l’Iran punterebbe innanzitutto contro gli obiettivi statunitensi più prossimi alle proprie coste, sfruttando l’elevata disponibilità di missili a corto raggio. Allo stesso tempo, Teheran potrebbe colpire i Paesi del Golfo, considerati alleati chiave di Washington. “L’Iran ha abbastanza missili a corto raggio per attaccare le basi Usa nel Golfo in volumi che potrebbero mettere alla prova le capacità difensive degli Stati Uniti e dei Paesi partner”, ha spiegato Daniel Shapiro, ex vice assistente del segretario alla Difesa per il Medio Oriente.
A confermare la pericolosità di questo scenario è anche Farzin Nadimi, del Washington Institute for Near East Policy, secondo cui “una parte significativa di questi missili è in grado di raggiungere il proprio obiettivo”, nonostante le contromisure difensive disponibili.
L’Iran non è né l’Iraq né il Venezuela. Questa guerra non appare rapida, ne economica neanchè decisiva. Il pericolo maggiore non risiede in una decisione deliberata di irrompere, ma in un errore di calcolo. Una retorica esagerata e la vicinanza militare possono aumentare il rischio di incidenti e di escalation indesiderate.
Per evitare questo risultato saranno necessarie moderazione, diplomazia e la chiara consapevolezza che alcune guerre, per quanto minacciate, sono semplicemente troppo costose da combattere.
Il quadro che emerge evidenzia come, al di là dei danni subiti e delle difficoltà interne, l’Iran continui a fare leva su una solida capacità missilistica per mantenere un ruolo di deterrenza regionale. Per gli Stati Uniti, ciò implica la necessità di sostenere uno sforzo difensivo esteso e complesso, in un’area caratterizzata da numerosi obiettivi sensibili e da equilibri geopolitici instabili. In questo contesto, l’arsenale iraniano resta un fattore chiave nelle valutazioni strategiche di Washington e dei suoi alleati.













