Medio Oriente, i vincoli strategici di Washington e il gioco delle potenze regionali

Medio Oriente, i vincoli strategici di Washington e il gioco delle potenze regionali

K metro 0 –  Beirut – L’aiuto promesso dagli Stati Uniti al popolo iraniano non è mai arrivato. Al contrario, le dichiarazioni di Donald Trump hanno acceso una tensione crescente, trasformando il Medio Oriente in un territorio di instabilità sempre più concreta. A Israele, la preoccupazione è al massimo: si teme che la Guida Suprema

K metro 0 –  Beirut – L’aiuto promesso dagli Stati Uniti al popolo iraniano non è mai arrivato. Al contrario, le dichiarazioni di Donald Trump hanno acceso una tensione crescente, trasformando il Medio Oriente in un territorio di instabilità sempre più concreta. A Israele, la preoccupazione è al massimo: si teme che la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, possa anticipare un’eventuale azione americana con un attacco diretto, spingendo Tel Aviv a rafforzare difese e sistemi di allerta, preparandosi a uno scontro regionale di dimensioni imprevedibili.

In questo contesto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, giunti in Israele anche per discutere l’avvio della fase due del piano su Gaza. Un passaggio politicamente sensibile, soprattutto dopo il ritrovamento delle spoglie dell’ultima vittima israeliana. Parallelamente, gli Stati Uniti stanno rafforzando in modo significativo la propria presenza militare in Medio Oriente: il trasferimento in corso includerebbe almeno una portaerei, sei navi da guerra, due sottomarini, oltre cento velivoli da combattimento, aerei di rifornimento e d’intelligence, nonché sistemi di intercettazione dei missili balistici.

Al centro della crisi resta tuttavia il sistema di potere che ruota attorno ad Ali Khamenei e alla sua architettura repressiva, incarnata dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Qualsiasi eventuale azione militare statunitense sarebbe orientata a colpire e degradare questa struttura. Ma la strategia di Washington non si esaurisce nella pura coercizione militare: la pressione esercitata dagli Stati Uniti si muove lungo tempi lunghi, richiede informazioni dettagliate e mira a costringere l’avversario a esporsi, rivelando catene di comando, soglie decisionali e dinamiche interne.

Il primo grande vincolo con cui Washington deve confrontarsi è di natura geopolitica. Nonostante la retorica di un potere d’azione unilaterale, la realtà impone agli Stati Uniti di operare attraverso basi, spazi aerei e reti logistiche situate nel Golfo Persico, tutte subordinate a delicati equilibri politici regionali. A ciò si aggiunge una situazione interna iraniana estremamente instabile. Secondo fonti dell’intelligence internazionale, la notte dell’8 gennaio sarebbe stata una delle più sanguinose nella storia della Repubblica islamica, con una repressione dei manifestanti descritta come “di portata inimmaginabile”. Il bilancio ufficiale di Teheran parla di 3.117 morti, ma le stime indipendenti suggeriscono numeri ben più elevati.

Sul piano internazionale, il sostegno della Cina rappresenta uno dei pilastri della resilienza del regime iraniano. Tra il 2025 e il 2026, Pechino ha rafforzato la propria partnership strategica con Teheran, fondata su cooperazione economica ed energetica: la Cina assorbe tra l’80 e il 90 per cento del petrolio iraniano e fornisce copertura politica contro le sanzioni occidentali, oltre a presunti supporti tecnici nel settore missilistico. Allo stesso tempo, Pechino mantiene rilevanti interessi economici in Israele, soprattutto nei settori delle infrastrutture e dell’alta tecnologia, muovendosi su un doppio binario che le consente di capitalizzare l’erosione della credibilità statunitense come garante dell’ordine internazionale.

Decisive sono anche le posizioni assunte dai partner regionali degli Stati Uniti. Qatar e Arabia Saudita hanno chiarito che, almeno ufficialmente, non esiste al momento alcuna disponibilità a consentire l’utilizzo dei propri territori come piattaforme di lancio per un conflitto tra Washington e Teheran. Doha ha negato l’autorizzazione all’uso della base aerea di Al Udeid per operazioni offensive contro l’Iran, trasformando quella che per anni è stata presentata come una virtù diplomatica – il mantenimento di canali aperti con tutte le parti – in un potenziale freno alla manovra militare statunitense. La preoccupazione principale resta il rischio di ritorsioni iraniane.

Non meno significativa è la posizione dell’Arabia Saudita. Il rifiuto di consentire il transito di aerei d’attacco statunitensi nello spazio aereo del Regno riflette le lezioni apprese dopo anni di escalation regionale e il progressivo disgelo delle relazioni con Teheran promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Riyadh teme che un coinvolgimento diretto possa esporre le proprie infrastrutture critiche – petrolio, gas e porti – a missili, droni e attacchi informatici iraniani, con costi immediati e asimmetrici. Un cambio di posizione non è escluso, ma dipenderebbe da un rapido deterioramento della tenuta del regime iraniano.

A queste restrizioni si aggiunge la linea adottata dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno dichiarato di non voler consentire l’uso del proprio spazio aereo, del territorio o delle acque territoriali per operazioni militari contro l’Iran, né di fornire supporto logistico. Abu Dhabi ha ribadito la priorità del dialogo, della de-escalation e del rispetto del diritto internazionale, contribuendo ulteriormente a restringere il ventaglio di opzioni a disposizione di Washington.

L’Europa intanto, appare come uno spettatore impotente. Eppure, dalle conseguenze di un conflitto potenzialmente destabilizzante per l’intera regione negli anni a venire il Vecchio Continente ha poco o nulla da guadagnare e molto da temere, in termini di sicurezza interna e dei commerci e, ovviamente, di pressione migratoria alle frontiere. Ciononostante, gli europei sembrano paralizzati dai cambiamenti che si verificano intorno a loro e di fronte a un ordine internazionale basato su regole che sta rapidamente lasciando il posto a un sistema in cui vige la legge del più forte.

In questo scenario, l’Iran si prepara agli scenari peggiori, ma senza chiudere del tutto la porta al negoziato. Teheran ha lasciato intendere la possibilità di scambi di messaggi attraverso canali ufficiali, mediatori e le Nazioni Unite, subordinandoli tuttavia a un riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, delle proprie responsabilità per quanto accaduto durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”.

L’aumento della percezione di un attacco imminente costringe il regime iraniano a rafforzare le proprie misure di deterrenza: riattivazione delle difese aeree residue, riposizionamento delle unità missilistiche, ridislocazione delle risorse navali, test con droni e intensificazione delle attività dei proxy regionali. Ogni mossa, tuttavia, viene attentamente osservata dall’intelligence statunitense e israeliana, che la considera una preziosa fonte di dati per mappare il sistema iraniano. In questo delicato equilibrio, i ritardi e la prudenza non sono segni di indecisione, ma parte integrante di una strategia volta a evitare un’escalation incontrollata e a preservare l’influenza americana in una regione sempre più frammentata.

Joseph Villeroy
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