K metro 0 – Beirut – Negli ultimi giorni, le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono tornate a occupare il centro della scena geopolitica mediorientale, alimentando timori di una possibile escalation militare. Sull’Iran il pericolo di una destabilizzazione che farebbe comodo ad americani e israeliani e che potrebbe frammentare il Paese causando conflitti su
K metro 0 – Beirut – Negli ultimi giorni, le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono tornate a occupare il centro della scena geopolitica mediorientale, alimentando timori di una possibile escalation militare. Sull’Iran il pericolo di una destabilizzazione che farebbe comodo ad americani e israeliani e che potrebbe frammentare il Paese causando conflitti su base etnica, con gravi ripercussioni in tutta la regione.
Arabia Saudita, Oman e Qatar stanno esercitando una pressione diplomatica significativa sull’amministrazione Trump affinché eviti un intervento armato contro Teheran, dopo che Washington ha avvertito gli alleati regionali di prepararsi a tale eventualità. La notizia, riportata dal Wall Street Journal sulla base di fonti governative del Golfo, evidenzia una frattura crescente tra gli attori regionali, con Israele che, al contrario, spinge per un’azione militare rapida e decisa contro la Repubblica Islamica.
Secondo funzionari di Riad, Mascate e Doha, un tentativo di rovesciamento del regime iraniano avrebbe effetti destabilizzanti non solo sul piano politico, ma anche su quello economico globale. In particolare, i Paesi del Golfo temono un’impennata dei prezzi del petrolio e una destabilizzazione dei mercati energetici, con ricadute dirette sull’economia statunitense e su quelle regionali. A ciò si aggiunge il rischio di ripercussioni interne, in contesti già caratterizzati da equilibri delicati tra stabilità politica e consenso sociale.
Al centro delle preoccupazioni vi è soprattutto la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transita circa un quinto del greggio mondiale. Un conflitto aperto con l’Iran potrebbe tradursi in un’interruzione del traffico marittimo, con conseguenze sistemiche sull’approvvigionamento energetico globale. In questo quadro, l’Arabia Saudita avrebbe rassicurato Teheran circa la propria neutralità, impegnandosi a non partecipare a eventuali operazioni militari né a consentire l’uso del proprio spazio aereo per attacchi statunitensi. Una posizione che segnala il tentativo dei sauditi di evitare di essere trascinati in uno scontro diretto con il vicino iraniano, nonostante la storica rivalità regionale.
L’amministrazione Trump, dal canto suo, mantiene una postura ambigua. Ufficialmente il presidente non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e starebbe valutando un ventaglio di opzioni che includono attacchi militari mirati, operazioni informatiche, nuove sanzioni economiche e un rafforzamento della pressione diplomatica. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”, ha dichiarato un funzionario al Wall Street Journal, sottolineando come Trump stia ascoltando opinioni divergenti prima di scegliere la linea da adottare.
Sul fronte interno iraniano, la situazione appare altrettanto complessa. Contrariamente a una narrazione diffusa in alcuni ambienti occidentali, la maggioranza della popolazione iraniana non percepisce Stati Uniti e Israele come potenziali “liberatori”. Secondo osservatori europei, esiste una società civile iraniana viva e articolata, che non ha necessariamente invocato interventi militari stranieri né auspicato una radicalizzazione violenta delle proteste. Anzi, le sanzioni internazionali, negli ultimi vent’anni, hanno spesso finito per rafforzare la resilienza del regime, offrendo alla leadership iraniana un nemico esterno su cui costruire consenso e giustificare la repressione.
Le opposizioni interne operano in condizioni estremamente difficili, strette tra repressione e controllo capillare. In questo contesto, alcuni media, hanno attribuito un ruolo centrale a Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià deposto nel 1979. Tuttavia, tali ricostruzioni appaiono in larga parte infondate. Pahlavi non ha avviato le proteste né ne ha definito l’agenda; al contrario, è emerso tardivamente come figura simbolica, senza dimostrare una reale capacità di leadership. Le sue posizioni passate, improntate a una visione dinastica del potere, lo rendono poco credibile come catalizzatore di un cambiamento democratico. L’idea di una restaurazione monarchica appare, per molti analisti, anacronistica e scollegata dalla realtà storica e sociale dell’Iran contemporaneo.
Le proteste attuali, pur estese, soffrono di una mancanza di leadership riconosciuta. La storia insegna che i movimenti rivoluzionari hanno maggiori possibilità di successo quando riescono a canalizzare il malcontento attraverso figure politiche in grado di trasformare la protesta in progetto. In assenza di interventi esterni, il rischio concreto è che il regime riesca a soffocare le mobilitazioni combinando repressione selettiva e aperture tattiche verso i settori più malleabili della società.
Le manifestazioni, iniziate nei ‘bazaari’ di Teheran, si sono rapidamente diffuse ad altri centri urbani e a diversi strati sociali. Sebbene sia difficile quantificarne con precisione l’ampiezza, molti osservatori le considerano le più significative dai moti del 22-23, esplosi sotto lo slogan “Donna, vita e libertà” dopo la morte di Mahsa Amini. Il fatto che il regime stia prendendo sul serio la minaccia è evidente dal tentativo di dialogo avviato con le associazioni di categoria, in particolare quelle legate ai bazaari, pilastro economico e sociale del Paese.
Infine, Teheran accusa apertamente Washington di cercare un pretesto per un intervento militare. Dopo le minacce di Trump di adottare “misure molto dure” in caso di esecuzioni di manifestanti, la missione iraniana presso l’ONU ha denunciato una strategia statunitense basata sul cambio di regime attraverso sanzioni, minacce e destabilizzazione. Un piano che, secondo Teheran, ha già fallito in passato e che sarebbe destinato a fallire ancora, di fronte a un popolo deciso a difendere la propria sovranità.













