K metro 0 – Jeddah – È una lingua quasi cancellata dalla storia a conquistare il palcoscenico internazionale del cinema. Al Red Sea International Film Festival di Jeddah, il Golden Yusr – massimo riconoscimento della manifestazione – è stato assegnato a “Lost Land”, primo lungometraggio girato interamente in lingua Rohingya, firmato dal regista giapponese Akio
K metro 0 – Jeddah – È una lingua quasi cancellata dalla storia a conquistare il palcoscenico internazionale del cinema. Al Red Sea International Film Festival di Jeddah, il Golden Yusr – massimo riconoscimento della manifestazione – è stato assegnato a “Lost Land”, primo lungometraggio girato interamente in lingua Rohingya, firmato dal regista giapponese Akio Fujimoto. Un risultato storico, annunciato nella serata conclusiva della quinta edizione del festival, nel suggestivo quartiere di Al-Balad, cuore antico della città saudita.
Il film, accompagnato da un premio in denaro di 100imila dollari, era stato presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, dove aveva già ottenuto il Premio speciale della giuria. A Jeddah, Fujimoto ha ritirato il Golden Yusr insieme ai produttori Kazutaka Watanabe e Sujauddin Karimuddin.
“Lost Land” racconta la fuga di due fratelli Rohingya, Somira, nove anni, e il piccolo Shafi, costretti a lasciare lo Stato di Rakhine, in Myanmar, per scampare alle persecuzioni contro la loro minoranza. Senza mappe né protezioni, i due bambini intraprendono un viaggio durissimo verso la Malesia, attraversando mari e confini segnati da traffici illegali, violenza e sfruttamento. Girato con attori non professionisti – molti dei quali rifugiati nella vita reale – il film colpisce per un realismo essenziale, capace di unire crudezza e delicatezza lirica.
Alla base del progetto c’è una scelta che Fujimoto definisce prima di tutto etica e umana. Il regista giapponese è entrato in contatto con la comunità Rohingya durante un periodo di ricerca e lavoro nel Sud-est asiatico, dove ha incontrato rifugiati fuggiti dal Myanmar. Quelle testimonianze – in particolare le storie di bambini costretti a migrare da soli o in condizioni estreme – lo hanno profondamente segnato. Fujimoto ha più volte spiegato di aver percepito un vuoto di rappresentazione: una tragedia enorme, raccontata quasi sempre dall’esterno, senza che la voce dei Rohingya fosse davvero al centro del racconto.
Da qui la decisione radicale di girare Lost Land interamente in lingua Rohingya, una lingua non ufficialmente riconosciuta e a rischio di scomparsa. Per il regista, il film non doveva limitarsi a denunciare una persecuzione, ma diventare uno strumento di preservazione culturale, capace di restituire dignità a un popolo privato di cittadinanza, diritti e memoria. La scelta di lavorare con attori non professionisti, molti dei quali rifugiati reali, risponde alla stessa logica: evitare uno sguardo paternalistico o spettacolarizzante e lasciare che l’esperienza vissuta si traducesse in una narrazione sobria, quasi documentaria. Fujimoto ha dichiarato che il suo obiettivo non era “parlare dei Rohingya”, ma creare le condizioni perché fossero loro a parlare, attraverso la lingua, i gesti, i silenzi.
Sul palco di Jeddah, il regista ha sottolineato anche il valore simbolico del luogo: «In Arabia Saudita vive una numerosa comunità Rohingya. Ricevere questo riconoscimento qui ha un significato speciale: può contribuire a dare forza e visibilità a questa comunità». Ancora più intensa la testimonianza del produttore Sujauddin Karimuddin, lui stesso Rohingya: «Questo film salva la nostra lingua. Chi ci opprime vuole cancellare non solo il nostro nome, ma tutto ciò che siamo. Lost Land è un primo passo per preservare la nostra cultura, i nostri racconti, la bellezza delle nostre parole».
Il concorso ha premiato anche altre voci forti del cinema contemporaneo. Il Silver Yusr è andato a All That’s Left of You della regista palestinese-americana Cherien Dabis, saga familiare che attraversa la storia palestinese dal 1948 a oggi. Il Premio della giuria è stato assegnato a Hijra della saudita Shahad Ameen, mentre il riconoscimento per la miglior regia è andato ad Ameer Fakher Eldin per Yunan. La miglior sceneggiatura è stata attribuita al libanese Cyril Aris per A Sad and Beautiful World.
A presiedere la giuria internazionale era il regista premio Oscar, Sean Baker, affiancato da Nadine Labaki, Riz Ahmed, Naomie Harris e Olga Kurylenko. «È raro vedere un festival crescere così rapidamente in rilevanza globale», ha detto Baker, «qui stanno emergendo voci che per troppo tempo sono rimaste ai margini».
La cerimonia di chiusura è stata anche una celebrazione del cinema mondiale, con un red carpet che ha visto sfilare star di Hollywood, Bollywood e del mondo arabo: da Johnny Depp a Idris Elba, da Sir Anthony Hopkins a Darren Aronofsky, fino a Shailene Woodley e Alessandra Ambrosio. Premi onorari sono stati consegnati ad Aronofsky, Elba, Hopkins e all’attrice e regista saudita Ahd Kamel. Sir Hopkins, accolto da una lunga standing ovation, ha salutato il pubblico in arabo: «Shukran. Pace nel mondo a tutti noi».
Fondato dal Ministero della Cultura saudita e sostenuto dalla Red Sea Film Foundation, il Red Sea International Film Festival si è confermato, alla sua quinta edizione, come uno dei poli emergenti del cinema globale: oltre cento film in programma, un mercato – il Red Sea Souk – con più di 160 espositori da oltre 40 Paesi, masterclass e incontri con grandi nomi dell’industria.
E con la vittoria di Lost Land, da Jeddah arriva un messaggio chiaro: il cinema può restituire visibilità a chi è stato a lungo escluso. Una lingua minacciata di scomparsa può tornare a risuonare, almeno per una notte, al centro del mondo.













