Nobel per l’Economia 2019, a Banerjee, Duflo e Kremer, specializzati nella lotta alla povertà

Nobel per l’Economia 2019, a Banerjee, Duflo e Kremer, specializzati nella lotta alla povertà

K metro 0 – Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, tutti e tre economisti specializzati nella ricerca sul campo della lotta alla povertà, rappresentano la dimostrazione concreta di come, nella fase attuale, chi assegna i premi Nobel per l’economia prediliga l’economia applicata ai modelli teorici. Banerjee, sua moglie Esther Duflo e – in misura

K metro 0 – Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, tutti e tre economisti specializzati nella ricerca sul campo della lotta alla povertà, rappresentano la dimostrazione concreta di come, nella fase attuale, chi assegna i premi Nobel per l’economia prediliga l’economia applicata ai modelli teorici. Banerjee, sua moglie Esther Duflo e – in misura minore – Kremer sono infatti degli economisti ma anche degli sperimentatori pratici sul campo. “E’ quello che cerchiamo di fare da 15 anni – si legge nella prefazione di Poor economics. A radical rethinking of the way to fight global poverty, il libro scritto nel 2011 a due mani da Banerjee e Duflo – Siamo accademici e in quanto tali formuliamo teorie e analizziamo dati. Ma la natura del nostro lavoro ci ha anche fatto passare parecchi mesi sul campo, nel corso di questi anni, fianco a fianco di volontari delle Ong, funzionari di governo, operatori sanitari ed erogatori di microprestiti; ovvero fianco a fianco dei poveri, in vicoli e villaggi”.

La ricerca sul campo, cioè lo studio in loco dei Paesi poveri e dei modi per finanziare il loro sviluppo, dimostra che non serve dare soldi a pioggia a questi Paesi, ma occorre prima verificare ciò di cui hanno veramente bisogno. Per esempio, i dati raccolti da Banerjee e Duflo in 18 paesi rivelano che coloro che vivono con un dollaro o anche meno al giorno non patiscono la fame. Se fossero affamati spenderebbero tutti i loro redditi in generi alimentari. Ma non è così. Il cibo rappresenta tra il 36% e il 79% del consumo dei poveri che vivono in campagna, e tra il 53% e il 74% di quelli che vivono nelle città. Per ogni 1% di aumento dei redditi, ne consumano in cibo soltanto lo 0,67%. Insomma, ciò che veramente serve per finanziare i Paesi poveri è farsi la domanda giusta, come ad esempio: perché un uomo che vive in Marocco, in condizioni di sottoalimentazione, si indebita per comprare un televisore? Oppure, perché i bambini in molti Paesi dell’Africa non vanno a scuola? Ecco, in questo caso la ricerca sul campo ha dimostrato che le assenze scolastiche non dipendono dalla mancanza di scuole, o di maestri, o di libri, ma dal fatto che molti bambini in Kenya hanno i vermi e che questo li fa ammalare e non andare a scuola. Per cui non serve a niente spendere i soldi degli aiuti per rifornirli di matite, o di quaderni, ma sarebbe molto più utile investire gli aiuti in laboratori medici e in medicinali per prevenire e per curare queste infestazioni prevalentemente di tipo gastro-intestinale.

“Dal punto di vista della filosofia politica – spiega Gianfranco Pellegrino, professore di filosofia politica alla Luiss – l’importanza di questi tre economisti riguarda essenzialmente due problemi: quello dell’eguaglianza e quello del livello di povertà, cioè si lega al problema di quanto uno è povero rispetto al più ricco e di quanto si è poveri realmente. La globalizzazione ha alleviato i problemi della povertà, cioè i poveri sono meno poveri rispetto a prima, ma sono molto più poveri rispetto ai più ricchi. Quello che ci dimostrano i tre Nobel è che oggi la povertà è un problema molto insidioso, che va studiato empiricamente. E questo per motivi molto concreti: per non buttare via i sodi dei finanziamenti destinati a combattere la povertà stessa. Per esempio, i tre economisti hanno dimostrato che le assenze nelle scuole del Kenya non erano legate alla povertà ma alla mancanza di cure per i vermi. I bambini prendono i vermi e non vanno a scuola. Per cui, per risolvere il problema della frequenza scolastica, non bisogna investire solo in libri ma anche in cure contro i vermi intestinali. Questo è un problema che senza ricerca sul campo nessuno avrebbe mai individuato e quindi, senza le loro sperimentazioni in loco, avremmo continuato a spendere male i soldi per gli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio? Eccolo: noi in genere riteniamo che a scuola più le classi sono piccole, più si insegna meglio. Dagli esperimenti che loro hanno fatto in Kenya e in India emerge che, a un certo livello, l’ampiezza delle classi conta poco e l’importante è che ci siano professori motivati. Ovviamente si tratta di test locali, che soprattutto Banerjee e Duflo ritengono che non vadano generalizzati. In altre parole, niente modelli teorici generali ma solo sperimentazione su campo”.

 

di Raffaella Locchi

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